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Di che cosa parliamo quando parliamo di cinema

Festival di Venezia 2015

Alcune considerazioni sull’ultimo Festival del Cinema di Venezia (e sui festival in genere). Mi piacerebbe, qui, trattare il caso di tre bellissimi film presentati all’ultimo festival in laguna, dei loro destini e del loro significato, simbolico, ben al di là delle loro intenzioni essendo il cinema, in fondo, un’arte molto semplice: voglio fare un film, cerco i soldi, li trovo, lo faccio e lo presento al pubblico. Perché il cinema, come tutte le arti, non esiste senza lo sguardo dell’altro.

I tre film in questione sono: Non essere cattivo di Claudio Calegari - presentato fuori concorso e di due lungometraggi provenienti dalla Settimana della Critica, la sezione che presenta e premia le opere prime, fortemente voluta da Lino Micciché, e che quest’anno festeggia i trent’anni di attività - Light years della regista inglese Ester May Campbell, e Jia (La famiglia) del regista cinese Liu Shumin.

Cos’hanno in comune questi tre film, peraltro diversissimi e lontani tra loro? Prima di tutto, il pubblico non potrà vederli. Ad eccezione dell’opera di Caligari, gli altri due non sono stati acquistati da nessuna casa di distribuzione.

Questo perché a Venezia, ma forse anche in altri festival, il cinema libero da obblighi commerciali e desideroso solo di indagare la condizione umana non trova più spazio. Esso non è meritevole di entrare in concorso, forse perché ci costringerebbe a fare i conti anche con l’importanza dell’aspetto formale delle opere proposte. E qui veniamo al secondo motivo di profondo sconforto: la prova d’attore sublime fornita dagli attori di Non essere cattivo; l’uso della forza delle immagini come motore narrativo per indagare la difficile età dell’adolescenza a contatto con la malattia (Light years); l’esperienza di ‘vivere’ in tempo reale un film (quattro ore e quaranta minuti di durata e non sentirli) che ti permette di penetrare la vera natura della cultura cinese (Jia).

Tutte queste non sono ragioni sufficienti per permettere alle opere di essere viste dagli spettatori.

La conclusione amara e confortante insieme è: il cinema sta morendo perché non visto; il cinema è vivo perché riesce ancora ad esprimere arte e diversità insieme, nonostante le difficoltà. Ma ancora per quanto?

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