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Timbuktu. Quel che resta dell’umanità

Constatata la sconfitta del bellissimo film di Abderrahmane Sissako, Timbuktu, ai recenti Oscar come miglior film straniero, non possiamo non rallegrarci per l’esistenza stessa di un simile capolavoro.

Come sappiamo, non capita spesso di poter usare una parola così impegnativa, ma l’opera sofferta del regista mauritano la merita tutta.

E’ da tanto tempo che l’amalgama tra esercizio di stile (l’estetica della bella immagine), contenuto e capacità narrativa non si presenta allo spettatore con una simile forza e commozione come in Timbuktu. Il film di Sissako può ben aspirare a rappresentare una sorta di opera mondo della nostra dolente umanità.

Com’è noto la trama è incentrata sull’occupazione abusiva, perpetrata con la violenza, di Timbuktu, antichissima capitale della Mauritania, da parte di al-Qaeda.

Una civiltà pacifica, dedita alla musica, all’esercizio spirituale e alla contemplazione di una natura abbagliante nella sua bellezza, viene travolta da un’orda di barbari pieni di pregiudizi, impegnati nella promulgazione di sedicenti leggi islamiche dove il bersaglio preferito è la libertà delle donne.

Perfino fumare, portare pantaloni larghi e scegliere con chi sposarsi diventa questione da dirimere con un tribunale. In tanta bruttezza e avvilimento Kidane, un pastore di vacche nomade accampato con la sua famiglia fuori città, diviene la vittima perfetta: a seguito di una lite in cui muore accidentalmente Amadou, il suo vicino pescatore, Kidane viene processato sommariamente e condannato a morte.

La moglie arriverà in tempo per morire insieme a lui, lasciando orfana la loro amata figlia. In una sequenza finale memorabile, un omaggio al grande Truffaut, vediamo Toya correre disperatamente nel deserto, ormai sola, insieme a Issan, il piccolo guardiano delle vacche, sperso anche lui. Ovvero ciò che questi barbari provocano: disgregazione del tessuto sociale, morte delle famiglie, orfani allo sbando.

Sissako organizza una messa in scena alla Ozu dove all’interno di una inquadratura i personaggi si confrontano l’un l’altro in tentativi di dialogo, spesso attraverso interpreti, non parlando la popolazione locale l’arabo.

A questi piani sequenza si alternano scene nella città, nel deserto o al fiume sia in campo medio, lungo e lunghissimo. Questo utilizzo di focali lunghe permette allo spettatore di essere immerso nella vicenda emotivamente ma anche di distaccarsene ad una distanza tale da permettergli di apprezzare il tono epico voluto dal regista.

Infatti il film è anche un grande omaggio alla tragedia greca: il continuo richiamo di Kidane al suo destino e l’allestimento del processo con il coro formato dai parenti dell’ucciso è una vertigine che ci porta a comprendere appieno la volontà di Sissako.

La civiltà da dove proviene tutto il genere umano è unica: è una antica unione le cui basi stanno nella comprensione reciproca, nell’amore per la natura e nello sviluppo della propria spiritualità.

ECCO IL TRAILER:

Un film di Abderrahmane Sissako. Con Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi. Titolo originale Le chagrin des oiseaux. Drammatico, durata 97 min. - Francia, Mauritania 2014

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