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Hungry hearts, il film di Saverio Costanzo

Hungry  hearts

Perché fare un film
Che cosa distingue un capolavoro (o anche un buon film) da uno confuso e privo di certezze? Forse il tempo: questo non è certamente un’era in cui si producano capolavori (ad eccezione dei fratelli Dardenne). Sicuramente la qualità degli autori. Ciò che ha reso indimenticabili Ultimo tango a Parigi o La dolce vita è la capacità di questi film di fondere storia individuale con Storia collettiva; interrogativi o critiche alla società contemporanea e capacità divinatorie (come ci saremmo trasformati).

Non è il caso di Hungry hearts, il nuovo film di Saverio Costanzo, presentato a Venezia e da un po’ di tempo sui nostri schermi.

L’opera, come molti sanno, è il ritratto del rapporto quasi patologico tra una madre (Alba Rohrwacher) e suo figlio neonato. Mina non accetta che il piccolo si nutra con la carne e i prodotti normalmente commerciati, vuole una dieta sana al limite del de nutrimento. Inevitabilmente si scontra con il marito Jude (Adam Driver), preoccupato per la non crescita del figlio.

Tra pasti consumati clandestinamente, visite di nascosto al pediatra e liti con la moglie, sempre più isolata e paranoica nei confronti del mondo esterno, il film s’incammina verso il suo destino tragico. Destino già preannunciato all’inizio della storia.

Il regista svela le sue intenzioni dalla prima sequenza, estremamente significativa e girata benissimo. In uno spazio molto stretto (il bagno di un ristorante cinese a New York) s’incontrano per caso Jude (in imbarazzo con i propri intestini) e Mina, giovane italiana impiegata presso l’ambasciata d’Italia.

La porta non si apre e i protagonisti rimangono chiusi dentro per un tempo significativo. Girando con un grandangolo che riproduce la claustrofobia e allarga lo spazio, poco, a disposizione; deformando leggermente le figure, Costanzo detta la cifra della sua storia: un rapporto già contrastato in partenza (l’insofferenza di Mina per i problemi intestinali di Jude, lo schifo provato per l’odore delle feci) e la volontà di gestire la propria vita in uno spazio circoscritto.

Il rifiuto del cibo identificato come la causa ultima per l’aggressività e la violenza, vero motore della società contemporanea, costringe Mina a non integrarsi nella vita americana e ad isolarsi sempre di più, anche dal marito.

Una storia di sofferenza e profondo dolore, dunque, ma priva per lo spettatore di appigli interpretativi. Se è la narrazione di una vicenda individuale esso non è messo nelle condizioni di analizzare il comportamento di Mina perché privo di informazioni. Se, al contrario come avviene nel film, si vuole abbracciare la vicenda di Mina in uno sguardo più ampio sulla società umana ai tempi degli OGM, l’intento del regista è completamente mancato.

Si esce dal cinema interdetti, ancora con una profonda ostilità nei confronti del personaggio di Mina per le arbitrarie sofferenze inflitte al suo piccolino, non sapendo bene dove Costanzo abbia voluto andare a parare. Uno spreco di sofferenza, insomma. Come se il cinema odierno si sia improvvisamente parcellizzato (anche lui!!), non riuscendo ad andare oltre, a livello espressivo, alla pura testimonianza. Com’è lontano il linguaggio universale dei fratelli Dardenne…

I due attori sono splendidi nell’interpretazione di ruoli molto difficili e Alba Rohrwacher si conferma attrice di razza.

ECCO IL TRAILER:

Un film di Saverio Costanzo. Con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero. Drammatico, durata 109 min. - Italia 2014. - 01 Distribution uscita giovedì 15 gennaio 2015

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