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Il giovane favoloso, di Mario Martone

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Il grande successo di pubblico de Il giovane favoloso di Mario Martone è una prova che se si propone cinema di qualità, gli spettatori accorrono numerosi. 

 Il tentativo del regista napoletano di portare sullo schermo il mostro sacro Giacomo Leopardi è dunque riuscito, proponendo una lettura del geniale poeta e filosofo, personale e totalmente assorbita dal talento straordinario di Elio Germano. Dovendo scegliere il taglio da dare al suo film, Martone decide di usare i luoghi e il corpo dell’attore come bussola per orientare gli spettatori nell’interpretazione della poetica leopardiana.

La scelta del regista è subito chiara dalla prima scena: vediamo la macchina da presa che plana sul corpo contorto di Leopardi, alle prese con le sue passioni: la natura e la poesia. Non si sa se piegato dallo studio vorace o da un destino di malattia, il corpo guadagna le luci della ribalta ribadendo, attraverso l’interpretazione poetica, quanto crudele può essere vivere e, soprattutto la vicinanza e il rapportarsi con l’altro da sé, fino all’epilogo di una morte annunciata e forse agognata.

Dunque lo spettatore segue la giovinezza di Giacomo nella tenuta di famiglia a Recanati: lo studio della letteratura, assieme agli amati fratelli Carlo e Paolina, sotto lo sguardo severo del padre Monaldo. Assiste alla scoperta del mondo, dei sensi e all’ostica opposizione di genitori bigotti e reazionari alla nascente genialità di Leopardi. Servitori della Chiesa più retriva, essi proibiscono a Giacomo di seguire la sua indole artistica, preferendo per il figlio un destino da cardinale. Siamo agli inizi dell’800. I moti rivoluzionari che porteranno all’Unità d’Italia stanno germogliando.

Giacomo decide, dunque, di lasciare la casa paterna e di mettersi in gioco trasferendosi a Firenze, dove inizierà la pubblicazione dei suoi scritti. Lì conosce Ranieri (Michele Riondino), amico di una vita, fuggiasco da Napoli, esecutore testamentario del suo immenso lavoro. Successivamente Roma costituisce solo una tappa verso la sua vera meta: Napoli. Qui Giacomo raggiunge la sua piena maturità e attraverso i luoghi miserabili e profondamente umani della capitale partenopea mette a punto la sua poetica: la solitudine dell’uomo di fronte alla forza della natura, l’ironia verso il rampante positivismo dell’epoca totalmente votato all’asservimento dell’uomo alla scienza, la consapevolezza della morte come compagna di vita, la caducità dell’esistenza.

Martone mette a punto un meccanismo in cui l’attore Elio Germano è Leopardi, riuscendo nel miracolo di far penetrare nell’immaginario dello spettatore la carne e il dolore del grande poeta. Come detto, il lavoro fatto dalla macchina da presa sul corpo di Germano è esemplare nel permettere questa suggestione.

L’artificio si compie anche con un lavoro meticoloso sui luoghi della messa in scena. Difficile perché impossibile da ricreare sono Recanati, Firenze e Napoli dell’epoca. Martone, quindi, esalta i dettagli di una posizione comune a tutti i luoghi frequentati da Leopardi: la sua stanza, la vista, il piccolo banchetto dove componeva i suoi capolavori e brevi squarci di natura selvaggia: il Vesuvio, le stelle, la campagna marchigiana, il postribolo nei bassifondi napoletani.

Ci stupiremmo alquanto non vedere questo magnifico film concorrere per L’Oscar.

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