Ida, di Pawel Pawlikowski

Pawel  Pawlikowski,  Ida

Sottrazioni e sovrapposizioni
Chi avesse voglia di fuggire dalla programmazione cinematografica standard, oramai prevalente nel nostro paese, può riconciliarsi con la 7ma arte andando ad ammirare il film del regista polacco Pawel Pawlikowski, Ida.

Opera asciutta, molto breve, girata in un b/n secco e tagliente che nulla concede alla morbidezza delle ombre, Ida ci sbatte in faccia l’orrore della nostra Storia europea e le conseguenze della sovrapposizione di due stermini culturali (nazista e sovietico) sulla Polonia con la religione cattolica che gioca un ruolo ambiguo, di complicità e di salvezza.

Siamo agli inizi degli anni ’60, in una provincia della Polonia. Ida è Anna (una intensa Agata Trzebuchowska), novizia di 16 anni cresciuta in convento, in procinto di prendere i voti.

Nell’austerità e cupezza del luogo, la madre superiora le comunica l’esistenza di una zia. Wanda (una straordinaria e dolente Agata Kulesza) ha sempre rifiutato di comunicare o prendersi cura di Ida/Anna. Soltanto adesso, sapendo degli imminenti voti, Wanda si palesa e decide di incontrare la nipote.

All’incontro Ida/Anna scopre di essere ebrea. I suoi genitori sono stati probabilmente uccisi dai solerti contadini, ora proprietari della loro vecchia casa in campagna. Inizia così un bislacco film on the road che porta Ida/Anna e Wanda alla ricerca dei resti dei genitori, sepolti in qualche bosco di betulle.

Wanda è magistrato del popolo, beve e fuma e si consuma in rapporti sessuali con estranei per sopravvivere alla sua pena. Ella ha creduto alla rivoluzione socialista e adesso si ritrova piena di rimpianti per aver abbandonato la famiglia per la battaglia, ritrovandosi con un pugno di mosche in mano e con solo qualche fotografia sgualcita a ricordarle il suo passato di ebrea. Ida/Anna, d’altro canto, non sa nulla: né del suo passato né della vita.

La zia le indicherà la strada, invitandola a riflettere prima di prendere i voti e dopo aver appreso fino in fondo la dura lezione della Storia.

Pawlikowski mette in scena la tragedia del XX secolo e dimostrando come alla soppressione dei corpi si è aggiunta la soppressione della cultura, indispensabile per piangere i propri morti e coltivare il proprio passato. La sua ricerca spazia da Hanna Arendt, la banalità del male dei contadinotti assassini e preoccupati di perdere la ‘roba’, al seminale Shoah, fondamentale documentario di Jacques Lanzmann, dove nella ricerca dei luoghi dello sterminio si trova tutto lo straniamento della perdita e dell’oblio.

Alla dittatura nazista si è successivamente sovrapposta quella sovietica, tesa a ridurre la Polonia all’anno zero, senza passato e con solo un futuro a disposizione.

La chiesa cattolica, sembra indicarci il regista, ha funzionato da collante tra queste due ere. Prima come silenziosa complice dell’ideologia e dello sterminio nazista e poi come ancora di salvezza muta e ignara per le anime sopravvissute come Ida/Anna.

Il film raccoglie queste indicazioni e le tramuta in immagini attraverso una organizzazione spaziale spietata: grandi spazi e boschi di betulle dove prima c’erano i campi di sterminio (i morti), complessi incastri architettonici inglobano i protagonisti (i vivi). Decidere chi sia veramente vivo o morto è delegato allo spettatore.

Il cast è ottimo tutto.

ECCO IL TRAILER:

Regia: Pawel Pawlikowski - Cast: Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Dawid Ogrodnik - Distribuzione: Parthénos - Uscita nelle sale: 13 marzo