Apache, c’è del marcio in paradiso

Apache  del  regista  corso  Thierry  de  Peretti

E’ appena sbarcato sui nostri schermi (idea bizzarra l’uscita il 14 agosto!) un piccolo grande film scomodo: Apache del regista corso Thierry de Peretti. Presentato all’ultimo Festival di Cannes sezione Quinzaine des Réalisateurs, Apache dovrebbe essere visto dai giovani perché fa esplodere il loro disagio e inadeguatezza di fronte alla spietatezza del capitalismo a mano armata che ormai infesta il nostro primo mondo.

L’opera di de Peretti è, naturalmente, anche altro portando la peculiarità culturale e antropologica della splendida isola mediterranea, sua terra natale, alla ribalta.

La Corsica, crocevia di banditismo anni’70 e velleità indipendentiste, nonché patria di Napoleone, è cresciuta economicamente attraverso un corto circuito tra il turismo pompato dei ricchi francesi, italiani, tedeschi che qui hanno ville fantastiche custodite da marocchini sfruttati, e la nascita di infrastrutture minime (ristoranti, bar, stazioni di servizio) in mano alle famiglie corse.

Con uno stile a metà tra il documentario e Pasolini, de Peretti ci accompagna con la cinepresa mostrandoci quartieri squallidi e anonimi costruiti alle periferie delle cittadine dell’isola con la sola funzione di accogliere gli immigrati magrebini ‘importati’ dai pieds noirs cacciati dall’Algeria a cui il governo transalpino, negli anni ’60, ha dato la possibilità di coltivare la terra in Corsica. L’odio di questi francesi di ritorno si è fuso con l’eterna ostilità dei corsi nei confronti della Francia, generando una sorta d’indipendentismo d’accatto infiltrato da robusti interessi economici.

A farne le spese, naturalmente, i più deboli: i giovani corsi meno abbienti e i loro coetanei marocchini. Privi di qualsiasi orizzonte futuro, in continua lotta per la sopravvivenza in un ambiente violento e prevaricatore, i fragili protagonisti del film di de Peretti precipitano in un incubo e non ne escono più.

La trama di quest’opera densa e dolorosa è ripresa da un fatto di cronaca di qualche anno fa: un gruppo di giovani (2 corsi e 2 marocchini) irrompe in una villa custodita dal padre di uno di loro. Alcol, baldoria e alla fine l’idea pazza di rubare. Il bottino è poca cosa salvo per un set di fucili, intarsiati e costosi. Svelato il furto, ridato la refurtiva ma non i fucili, nella cerchia dei ragazzi terrorizzati di essere uccisi dal boss locale, s’insinua il dubbio che uno di loro possa far la spia. E si passa alle vie di fatto…

De Peretti assembla un film dalle immagini ora pastose ora acide, spesso scure a contrastare volutamente l’idea da cartolina della Corsica. Sequenze in macchina, in ambienti claustrofobici, seguendo i ragazzi nel loro vagabondare ci riportano al concetto di ‘riserva indiana’ (da qui il titolo di Apache) in cui è costretta la bassa manovalanza giovanile senza prospettive, intrisa di odio e di paura.

La suspence quasi da thriller è filtrata attraverso l’impostazione documentaristica data dal regista e quando la violenza irrompe sullo schermo lo spettatore è colpito dall’assurdità e insensatezza del gesto, rimanendo dolorosamente stupito da tanto spreco ma grato, ancora una volta, di far parte di quella ‘riserva indiana’ che ha la fortuna di vedere simili meraviglie.

Ecco il trailer: