Pacific Rim, Hollywood e il resto del mondo

Pacific rim

Siamo in estate e si gioca. La vostra affezionata critica cerca di smaltire la micidiale canicola romana andando a vedere, in uno di quei cinema megagalattici dotati di turbo aria condizionata, il kolossal Pacific Rim del regista Guillermo Del Toro, ammirato a suo tempo per Il labirinto del fauno.

Mi sono chiesta: che cosa avrà inventato, il buon Guillermo, a contatto con i soldoni americani ma anche con le sue spietate leggi da cui non si deroga?

Il giorno dopo sono andata a scovare in uno di quegli eroici cineclub che ancora sopravvivono alle catene multi schermo di cui sopra, il gioiellino Violeta Parra è andata in paradiso di Andrés Wood, film sulla poetessa e cantante cilena, vincitore del Sundance festival di Robert Redford nel 2012. Mi si dirà: che cosa c’entrano i due film insieme? Proviamo ad accostarli.

Il film di Del Toro, storia di umani che combattono attraverso giganteschi robot enormi creature sprigionate dagli abissi del Pacifico, ha nel gigantismo la sua cifra stilistica.

Prendendo in prestito dal cinema giapponese Godzilla e i cartoon, il regista fa sforare con le loro dimensioni nel fuori schermo i suoi contendenti, alimentando così meraviglia e inquietudine.

Contemporaneamente il regista messicano sviluppa la sua personale ossessione sulle paure dell’infanzia e il rapporto con la figura paterna non disdegnando una metafora potente sui mostri del Pacifico (la guerra USA/Giappone nella seconda guerra mondiale ma anche la bomba atomica) e la riconciliazione tra americani e giapponesi (il rapporto tra la graziosa pilota di robot Mako Mori e il comandante afroamericano Stacker Pentecost), uniti nello sconfiggere gli orrori del passato.

Momenti di stupore afferrano lo spettatore nonché varie considerazioni sul bene e il male e l’estrema semplicità nel contrastare la paura della morte.

In tutt’altra atmosfera precipitiamo a contatto con i materiali di Violeta Parra è andata in paradiso. Qui il regista, attraverso continui cambi di spazio e luogo, racconta la parabola intensa e poetica di questa cantautrice genio.

Il filo conduttore è una intervista concessa dalla Parra alla TV argentina nel 1962; la ricostruzione della sua vita è invece affidata alla biografia scritta dal figlio, Angel Parra.

Con immagini povere, essenziali (con la straordinaria fotografia di Miguel Littin) e la straordinaria interpretazione di Francisca Gavilan bravissima anche come interprete delle canzoni, Andrés Wood ripercorre il prezioso lavoro di recupero delle tradizioni folkloriche cilene fatto dalla Parra, la sua poliedricità: nata povera e autodidatta si scopre anche pittrice e tessitrice (esporrà al Louvre, prima artista sudamericana).

Ma il film indaga anche la sua passionalità, il suo essere comunista e dalla parte degli umili e il rapporto intenso ma doloroso vissuto con l’antropologo e musicista elvetico Gilbert Favre, fino alla tragica fine.

Si esce dal cinema commossi e grati per il coraggio di vivere.

Come avrete capito tutti e due i film parlano di come combattere la morte. Ma mentre Pacific Rim si affida strenuamente alla spettacolarità delle immagini (la grandezza dovrebbe intimorire) e riduce il pericolo di vivere a una guerra dove Edipo (e la paura) è sempre in agguato, Violeta Parra è andata in paradiso ci descrive i movimenti interni della vita, compresa la morte, facendoceli amare.

Comunque l’aria condizionata non si batte…

Ecco il trailer: