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La grande bellezza, Roma e l'eterno tramonto

La grande bellezza, di Sorrentino

Chi vive a Roma lo sa: la città più bella del mondo è anche quella più nostalgica, forse triste. C’è una strana atmosfera che irradia dalla sua grande bellezza: una sorta di consapevolezza per un declino iniziato tanto tempo fa, di una fine vissuta ad un ritmo lentissimo, tenuta in vita da esistenze che non vogliono mollare uno splendore ciclopico.

Quelle stesse esistenze man mano consunte, rimpicciolite, dall’impresa di custodire il privilegio esclusivo dello splendore di Roma. Splendore occultato all’uomo della strada e per questo corrotto, nascosto, reso mistero.

Questa dimensione ha determinato la paralisi del tempo: a Roma sembra di vivere un eterno tramonto. Immersi in una melassa temporale, gli individui sono lentamente soggiogati e resi spettatori di tanta bellezza.

Paolo Sorrentino sembra confermare la regola che vuole ‘stranieri’ i migliori cantori delle grazie della città eterna. Sedotti e rapiti, confusi e abbacinati, alcuni dei più grandi registi italiani (Fellini, Pasolini) hanno dedicato pagine immortali del loro lavoro a Roma.

Anche il regista napoletano rimane incantato dal mistero di Roma e realizza La grande bellezza, in concorso all’ultimo festival di Cannes e da poco in uscita in Italia.

In un vortice di immagini penetranti e sublimi (grandiosa la fotografia di Luca Bigazzi) che afferrano lo spettatore e non lo lasciano più, Sorrentino narra la storia di Jep Gambardella (un sontuoso Toni Servillo), giornalista, sorta di Casanova da strapazzo nella Roma di oggi, alle prese con feste rutilanti e piene delle volgarità e vacuità di cui la società italiana è capace in questo periodo storico.

Scrittore in crisi da quarant’anni, Gambardella tiene a debita distanza qualsiasi complicazione esistenziale: è pieno di donne ma non ama nessuna donna; è pieno di amici di cui pensa cose orribili; la vicinanza cronica con i problemi spirituali si risolvono in preti macchiette e grandi domande inevase; il ricordo del primo amore pare muovere la sua anima ma per poco; la morte, alfine, la si evita accuratamente e si sprofonda nel vuoto esistenziale, favorito da un privilegio ottenuto e difeso senza fatica e merito.

Sorrentino mette in scena un grandioso pastiche visivo in cui mescola Fellini (più Roma che La dolce vita), Pasolini e anche Antonioni. Rende omaggio a Truffaut e inserisce elementi autobiografici nel personaggio di Jep.

Il risultato è uno spettacolo rutilante dove, attraverso immagini penetranti di bellezza impassibile, il regista ci accompagna a conoscere una Roma umanamente esausta, che non crede più alla propria salvezza.

Tra nobili in affitto, donne e uomini in fila come tossici per il loro botox settimanale, preti miscredenti e parassiti vari, sopravvive stancamente una plebe rassegnata ma ancora autenticamente verace.

Tutti sono complici di questa decadenza, oramai spenta e per nulla eroica, e in preda a una folle nostalgia proustiana.

Sulle terrazze del centro si balla tutta la notte, mentre la cinepresa lentamente ci porta a spasso sotto i ponti di Roma in un’alba/tramonto ancora una volta bellissimo…

Il cast è tutto formidabile con una menzione speciale a una Sabrina Ferilli, nei panni della coatta Ramona, dolente e vera.

Ecco il trailer:

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