"Bellas mariposas", di Salvatore Mereu - Recensione

Bellas Mariposas

Farfalle coloratissime ma confuse
Grazie all’auto-distribuzione (nuova professione inventata per ovviare alle dinamiche perverse della distribuzione cinematografica di film italiani), il regista sardo Salvatore Mereu riesce a portare in sala il suo ultimo lavoro: Bellas mariposas, tratto dall’omonimo racconto di Sergio Atzeni.

Una specie di miracolo. Vedere una pellicola di qualità, nell’angusto panorama cinematografico italiano, sta diventando sempre più raro. Detto questo c’è da notare come questo film, un po’ docu-fiction un po’ felliniano nei toni, non convinca fino in fondo nonostante ottimi interpreti e sprazzi di grande cinema.

In una periferia devastata di Cagliari, uguale a tante altre periferie italiche dove l’unica differenza la fa la lingua parlata, la giovane Caterina vive in una famiglia disastrata: 6 – 7 fratelli e sorelle, di cui una prostituta; una madre che si ammazza di lavoro per mettere insieme il pranzo con la cena e un padre, don giovanni da strapazzo, falso invalido e dedito alla copulazione compulsiva.

Cate ha un’amica, Luna, e un fidanzato immaginario Gigi. E’ estate e le ragazzine passano una bella giornata d’agosto al mare. Le seguiamo nel loro girovagare fino al ritorno al pittoresco condominio dove abitano. Nel buio della sera conosceranno Aleni, una strega venuta per predire il futuro. La storia avrà quindi il suo epilogo risolutivo, con qualche sorpresa e alcuni fatti scontati.

Mereu incomincia la sua narrazione chiudendo lo spettatore all’interno della casa di Caterina e precedendo alla descrizione del nucleo famigliare attraverso la voce della ragazzina. La quale più volte si rivolge in macchina, parlando con noi e/o con gli operatori. Fatto, questo, che non si ripeterà più nell’arco del film.

Ora questo è un forte espediente all’interno della rappresentazione, perché ne muta la natura. Allarga i suoi confini fino a comprendere lo spettatore, portatore di realtà. Se l’espediente viene ripetuto si avrà un opera con una sua unità stilistica ben definita.

Al contrario, come in questo caso, si genera confusione e il film è come monco. Anche la meticolosa descrizione della famiglia è troppo pesante, ripetitiva e forse inutile.

Il film s’illumina, invece, quando Mereu decide di seguire Caterina e Luna al mare: nella spontaneità e nella volontà delle ragazzine di resistere al degrado intorno a loro sì intravede grande cinema, capace di fermare il tempo. Con i colori sgargianti del mare sardo (e della lingua) e i primi piani del regista entriamo in contatto con l’umanità intensa delle due adolescenti scordandoci anche del finale un po’ consolatorio (ma a volte necessario).

Il cast è ottimo, con una nota di merito per Sara Podda (Caterina) e Maya Mulas (Luna): veramente ipnotiche nella loro freschezza.

Ecco il trailer: