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Nella casa. Nel labirinto del minotauro

Nella casa, di François  Ozon

L’ultimo lavoro del regista francese François Ozon, Nella casa, è tratto dalla pièce El chico de la última fila del drammaturgo spagnolo Juan Mayorga. Partendo dai suoi studi di filosofia e matematica, Mayorga mette in scena un complesso meccanismo che comprende il rapporto tra insegnante e studente, la società odierna, il ruolo ambivalente dell’arte, le regole dello spettacolo contemporaneo.

In una non meglio precisata cittadina francese, nel locale liceo (di nome Flaubert), s’incontrano Claude, un inquietante fanciullo solitario e Germain, l’insegnante di letteratura. Germain (Fabrice Luchini) è uno scrittore mancato, tiene alla forma, è amante della letteratura classica e disprezza i suoi alunni. Ha una moglie, Jeanne (Kristin Scott-Thomas), che gestisce una galleria di arte contemporanea chiamata Il labirinto del minotauro.

Quando il professore invita la sua classe a scrivere delle loro attività durante il weekend, riceve una sorpresa da Claude (Ernst Umhauer) nella forma di un racconto che vede il protagonista (lo stesso Claude) entrare nella vita famigliare e nella casa di un suo compagno di classe.

Affascinato dalla storia, Germain incoraggia Claude a scrivere i capitoli successivi. Mentre Germain orienta la forma del racconto di Claude, l’identificazione e la manipolazione esercitata l’uno sull’altro diventano sempre più visibili attraverso avvenimenti e personaggi in casa di Rapha, il compagno (specialmente nella persona di Esther [Emmanuelle Seigner], conturbante mamma noiosa e annoiata).

Avvenimenti orientati ora dai rilievi dell’uno o dell’altro o di Jeanne. Il tempo scandito è quello della soap opera, con immagine piatta e primi piani. Nel mentre la galleria d’arte della moglie espone opere artistiche ambiguamente galleggianti tra lo status di capolavoro e quello di cacata terrificante.

Il film di Ozon è freddo come il ghiaccio e tiene volutamente a distanza lo spettatore. Non è lo sguardo da entomologo di Haneke in Niente da nascondere che ci invita a osservare senza il giudizio del regista a guidarci. Il materiale è organizzato secondo un ordine ‘a specchio’: 2 famiglie, 2 adolescenti, 2 luoghi (il liceo e la galleria; la casa di Rapha e quella di Germain), a seguire la natura dei numeri perfetti (ad ogni numero reale corrisponde una parte immaginaria).

I rapporti tra i protagonisti ed i personaggi del racconto sono quindi vuoti perché la vera e unica natura umana non emerge mai, salvo in Germain di cui conosciamo passato, presente, le sue frustrazioni, le sue passioni letterarie.

Alla fine sarà stato tutto nella testa del professore?

Il gioco tra finzione e realtà, l’importanza ambigua della cultura (ma Flaubert, oggi, sarebbe stato un genio letterario o televisivo?), i rimandi ai grandi registi della gioventù, Truffaut e Malle sguazzano in questo brodo entropico dove l’indistinto sembra sempre più il nostro futuro. Perturbante ma da vedere.

Il trailer:

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