Come pietra paziente, donne e integralismo religioso

Come  pietra  paziente  è  un  film  di  Atiq  Rahimi

Come le donne usano le pietre
Come pietra paziente è un film di Atiq Rahimi, scrittore afgano che porta sullo schermo il suo libro premio Goncourt in Francia.

Con la collaborazione di Jean Claude Carrière alla sceneggiatura, l’autore riesce a confezionare un’opera perfetta: al contempo dolorosa storia di subalternità femminile nel mondo dominato dall’integralismo religioso e da una profonda ignoranza e metafora coraggiosa della condizione di un popolo e di una nazione, l’Afganistan.

In un incrocio di case anonimo della capitale Kabul, la macchina da presa entra lentamente in un’abitazione carrellando su tende e finestre fino a posarsi su di una donna mentre assiste il marito in coma.

Il suo lamento è per la condizione dell’uomo e le circostanze che lo hanno portato vicino alla morte (un litigio per futili motivi). Intorno infuria la battaglia tra fazioni e il caseggiato viene ripetutamente bombardato e la donna, insieme alle due figlie piccole, è costretta a rifugiarsi in uno scantinato per evitare la morte, lasciando il marito in balia degli eventi.

Senza soldi e disperata per le atrocità a cui è costretta ad assistere, la donna porta le bambine al sicuro dalla zia prostituta, una donna liberata dalla tirannia maschile e relativamente padrona del suo destino.

Al ritorno al capezzale dell’uomo, la donna incomincia a ricostruire la sua vita accanto a lui: le menzogne accettate, i soprusi subiti, la dignità calpestata da costumi arcaici, la continua ricerca della sopravvivenza a qualsiasi costo con l’incubo di essere ripudiata.

Fino a quando fa irruzione nella casa un manipolo di guerriglieri e lei, per salvarsi da un probabile stupro, finge di essere una prostituta. Un giovane mujaedin, facente parte del gruppo, le offre del denaro per fare l’amore con lei. Inizia un rapporto con il ragazzo, intervallato dalle confessioni al marito diventato una “pietra paziente” che assorbe i dolori e alla fine va in mille pezzi disperdendone le conseguenze negative.
Il regista riesce mirabilmente a trasporre sullo schermo la sua storia con coraggio e audacia.

Rahimi riesce a raccontare i rapporti tra i sessi, la subalternità e il razzismo che permea la relazione tra uomo e donna, la natura stessa delle persone trasformate in entità quasi animalesche e condannate da una profonda ignoranza all’infelicità assoluta (destino comune sia per le donne che per gli uomini) con una esattezza formale (girato come una piéce teatrale, quindi con primi piani, ma con l’irruzione continua dell’esterno con inquadrature figurative di notevole bellezza) e di contenuto mirabile. Un film che noi occidentali non siamo più in grado di girare e che ci toglie il fiato per l’urgenza della sua istanza di libertà

I protagonisti sono tutti intensi e perfetti.

Titolo originale Syngué Sabour.

Drammatico, durata 103 min. - Francia, Germania, Afghanistan 2012

Il trailer: