Il figlio dell’altra

Il figlio dell'altra

Parlare oggi del dilaniante conflitto israelo-palestinese è compito assai ardito. Le ragioni e i dolori degli uni e degli altri si sono stratificati a tal punto su di una ingiustizia storica che è scelta difficile pensare di metterci la cinepresa. Lorraine Lévy, regista francese, ha così concepito Il figlio dell’altra (in francese Il figlio dell’Altro, titolo più calzante intendendo l’Altro da sé, lo straniero, il nemico).

Su di un canovaccio vecchio come il cucco, lo scambio in culla di due neonati, Lévy tenta di descrivere due realtà agli opposti, obbligati a venire a patti con la Storia, le discriminazioni, gli odi, i desideri e tutta la gamma di sentimenti che intercorrono tra genitori e figli.

Oggettivamente la materia risulta troppo densa per essere dipanata completamente davanti allo spettatore ma il tentativo di Lévy è comunque lodevole, per quanto a volte intriso di belle e buone immagini che stridono con la violenza della vita in loco.

Joseph, figlio di una agiata famiglia di ebrei di Tel Aviv, per poter fare il militare deve sottoporsi ad esami di routine. Si scopre, così, un gruppo sanguigno diverso da quello dei genitori.

Lentamente si viene a scoprire la verità: concepito in un ospedale di Haifa durante un bombardamento Joseph viene scambiato con Yassin, figlio di una famiglia palestinese della Cisgiordania. Lo shock travolge le due famiglie, specialmente i due padri: Alon, militare israeliano sconvolto dalla prospettiva di venire a patti con il nemico e Saïd, ingegnere palestinese costretto a fare il meccanico perché impossibilitato ad entrare in Israele per lavorare.

Al solito sono le due madri ad entrare subito in contatto e a incominciare a smussare gli angoli per una possibile convivenza futura.
Il pregio e il limite del film è, a questo punto, di fermarsi totalmente. I due adolescenti ormai maggiorenni si sentono figli di due famiglie, e anche di due culture contrapposte ma così simili.

Non hanno alcuna intenzione di separarsi dai loro genitori acquisiti: l’allargamento dei nuclei famigliari sarà l’unica conclusione possibile. I figli e i genitori fanno avanti e indietro tra Tel Aviv e la Cisgiordania, passando attraverso estenuanti controlli ai check point, in un ripetersi di azioni tesa ad incoraggiare la comprensione ma anche a girare a vuoto, aspettando che la Storia si svegli definitivamente.