La nascita e l’estinzione

Re della Tera selvaggia

Peccato non aver potuto sentire i dialoghi originali del film Re della terra selvaggia, del regista americano Benh Zeitlin. Avrebbero senz’altro accresciuto il fascino e la curiosità per un opera di non facile lettura, a volte sgradevole nelle sue trovate estreme, a volte pericolosamente troppo millenarista ma comunque inusuale e potente nelle sue immagini.

Siamo nell’estremo sud della Louisiana, nel ‘bayou’ (acquitrino dove l’acqua dolce incontra l’oceano e dove i confini tra terra e acqua sono labili o inesistenti), in un luogo chiamato ‘bathtub’ (vasca da bagno). In questo territorio ambiguo, selvaggio e bellissimo vive una comunità a rischio estinzione: un popolo povero, escluso e autoesclusosi dalla società.

Esso vive dei prodotti del fiume e della terra, in baracche fatiscenti, bevendo a garganella tutto ciò che abbia sembianze di alcol. In due di queste baracche, in una sporcizia cosmica, vivono un rapporto forte e precario il padre Wink (Dwight Henry) e la figlia Hushpuppy (Quvenzhané Wallis). L’uomo è uno spirito libero, ubriacone e attaccabrighe. Insegna alla figlia di cinque anni la sopravvivenza in una terra instabile dove gli uragani sono all’ordine del giorno e la precarietà una regola di vita.

La figlia ritaglia gli avvenimenti della propria esistenza insieme ai racconti sulle origini della vita che gli vengono offerti dalla comunità irregolare ma felice entro cui vive. Così il senso di fine di una civiltà viene vissuto da Hushpuppy come la fine dell’era glaciale in cui tutto cambiò: animali feroci si risvegliano e la perseguitano in una metafora forse un po’ elementare tra istinto (la sopravvivenza della piccola) e destino da compiersi (la morte del padre).

L’uragano che si abbatte sulla comunità segna lo spartiacque per la piccola. La quale trova la forza di crescere, nonostante le avversità, mantenendo forti i legami con le sue radici e fede nella propria cultura, ormai in via d’estinzione.

Tratto da una piéce teatrale di Lucy Alibar, Juicy and delicious, anche sceneggiatrice Zeitlin gira un film povero, in 16 mm. con attori non professionisti e una troupe di sette persone. Inizialmente il progetto era di documentare la vita di una comunità ai margini della società che aveva scelto di vivere nel ‘bayou’.

L’incontro con la Alibar ha poi innervato il copione con una storia quasi apocalittica e vagamente ecumenica. Ma l’aspetto originale (la comunità rurale e anarchica) ha il suo fascino ed un senso vertiginoso sulla estinzione di una cultura, forse l’unica che potremmo chiamare veramente americana (il cibo per esempio: finalmente un piatto che non sia la solita hamburger ma un succoso e prelibato pezzo di coccodrillo fritto!).