Cattivo maestro

The Master

Mi ero ripromessa, dopo aver visto anni fa Magnolia di Paul Thomas Anderson, di non vedere mai più un film di questo regista. Ma invece, sulla scia di ben due premi conquistati dal suo nuovo film The master al recente festival di Venezia, sono andata al cinema sperando di non ripetere la disperante esperienza di Magnolia.

Quel film mi era parso privo di scopo, totalmente criptico e corredato da immagini convenzionali. Eppure si era parlato di capolavoro… Ma un critico umile deve sempre mettere in discussione le proprie certezze e dunque ecco le mie riflessioni.


The master parte con immagini sgradevoli di un soldato, Freddy Quell, reduce della seconda guerra mondiale con evidenti disturbi della personalità con riflessi molto pesanti sulla sfera sessuale. Conseguenza della guerra? Non si sa.

Freddy (Joaquin Phoenix) vaga da un lavoro ad un altro, litigando spesso, ubriacandosi con terribili intrugli. Improvvisamente fa la conoscenza di Lancaster Dodd, sorta di imbonitore tuttologo fondatore di un setta chiamata ‘Causa’ che si propone di salvare l’umanità attraverso la reinterpretazione del passato individuale di ciascuno di noi, con annesso viaggio temporale andata e ritorno.

Il rapporto tra Freddy (il discepolo) e Lancaster (il maestro) si costruisce con pseudo sedute analitiche interminabili dove la psiche disturbata dell’ex soldato viene rieducata attraverso ossessive pratiche riconducibili alle teorie comportamentali, così in voga oggi (la vulgata americana, ostile alla faticosa, costosa e lunga psicanalisi teorizza lo spostamento da un oggetto ad un altro della propria nevrosi come panacea dei propri mali esistenziali). Peccato che siamo negli anni ’50 e che lo svolgimento e la spiegazione del trattamento sia così vago e confuso da risultare irritante.

Come la dimensione di truffatore di Lancaster (Philip Seymour Hoffman), bravo ad estorcere soldi e eredità a malcapitate signore credulone, sia tenuta parecchio in secondo piano. Così non si capisce dove il film voglia andare a parare. Difetto già riscontrato in Magnolia. Invano la vostra affezionata critica ha cercato di capire se le era sfuggita qualche sofisticata e complessa metafora.

Niente, fino all’ultimo fotogramma The master rimane chiuso nelle sue vuote immagini, incapace di trasmettere allo spettatore una qualsivoglia emozione o lucido pensiero.

Se lo scopo era di cercare d’indagare il rapporto perverso che si instaura tra una setta (il modello sarebbe Scientology) e le sue vittime, possiamo tranquillamente affermare che i seguaci di Ron Hubbard possono dormire sonni tranquilli. Se invece lo spreco di tanti soldi (ricostruzione di un epoca) ha altri motivi, più artistici, saremo contenti di conoscerli.

I due protagonisti, che a Venezia hanno ricevuto ex aequo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione, gigioneggiano senza ritegno e Phoenix risulta troppo ridondante nella ripetizione ossessiva della sua postura, tic, smorfie.

Così come la regia ripete all’infinito le stesse inquadrature (primo piano della faccia di Freddy sempre dal basso verso l’alto), facendoci sorgere un dubbio: ma i giurati di Venezia li vedono i film che premiano?