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Le regole della vita

La regola del silenzio

Con il suo ultimo film Robert Redford ha probabilmente reso pubblico il suo lascito artistico, politico, esistenziale. La regola del silenzio, orribile titolo italiano (in inglese The company you keep significa: la gente con cui ti accompagni), è la storia dei Weathermen, organizzazione di protesta statunitense sfociata nella violenza nei turbolenti anni ’70.

Si era in piena guerra del Vietnam e il movimento protestava in piazza, nelle università. Violenti scontri si succedevano, anche con morti, e il governo di Nixon faceva orecchie da mercante. Negli USA esisteva la leva: migliaia di giovani dunque venivano mandati nella macelleria asiatica. Il livello dello scontro si alzò inevitabilmente quando in gioco sono posizioni così radicalmente opposte e l’ingiustizia viene vissuta ogni giorno sulla propria pelle.

I Weathermen assaltano banche, mettono bombe in palazzo governativi. In una di queste rapine muore una guardia giurata. I membri del gruppo d’assalto svaniscono in clandestinità fino a quando una di esse, Sharon Solarz (Susan Sarandon), non si costituisce, schiacciata dai rimorsi. Un oscuro giovane cronista locale (Shia LaBeouf) indaga e lentamente porta a galla protagonisti e vicende oscurate dal tempo e dai segreti di una vita.

Jim Grant (Robert Redford), piccolo avvocato di provincia vedovo con figlia piccola, si dà alla macchia alla ricerca del suo passato e di un sorprendente finale.

Con questo film Redford ha voluto pagare un tributo al suo passato di liberal militante insieme ai suoi amici, i ragazzacci di Hollywood che la pensano come lui: Susan Sarandon, Julie Christie, Nick Nolte, ecc.

Ma chi pensa a un’opera infarcita di messaggi e ideologia spiccia rimarrà deluso. Il lavoro del regista è onesto. Il suo è un tentativo di ricordare gli ideali che spinsero migliaia di giovani nelle piazze americane (e non solo) contro la brutalità di una politica che aveva l’ambizione di ridisegnare i confini del mondo.

Le conseguenze sono devastanti: oltre a morti innocenti (la guardia giurata) le vite di tanti, costretti alla clandestinità, prendono direzioni diverse.

Ma gli ideali che tenevano insieme questi giovani sono comunque fondati sulla lealtà, sopravvissuta al tempo. Il pregio del film sta nel saper narrare una vicenda scabrosa, saperla inquadrare nel suo tempo storico e rivendicare l’integrità personale dei protagonisti in un’epoca in cui conformarsi alla maggioranza è diventata un dogma.

Nel fare questo Redford ha usato i ruoli da lui interpretati nel tempo per narrare con grande onestà la sua storia: la cornice da inchiesta giornalistica (Tutti gli uomini del presidente); il complotto del potere (I tre giorni del condor); l’epilogo da ‘fuga dalla civiltà’ (Corvo rosso non avrai il mio scalpo; Il cavaliere elettrico).

Il crepuscolo del grande uomo di cinema, non privo di malinconia, ha ancora un orizzonte.

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