Un noir troppo pieno di colori…

La migliore offerta di Tornatore

E’  appena  uscito  sugli  schermi  l’ultimo  film  di  Giuseppe  Tornatore La  migliore  offerta.  Il  regista  siciliano  ci  ha  ormai  abituato  a  questi  intervalli  noir  tra  un  film  epico  e  l’altro  sulla  sua  Sicilia.

Effettivamente  a  molti  di  noi  sono  piaciuti  di  più  Una  pura  formalità  e  La  sconosciuta,  dove  Tornatore  è  costretto  a  seguire  una  trama  ben  definita  con  una  conclusione  chiara,  piuttosto  di  altri  suoi  film  con  pretese  autoriali.  Il  genere  permette  altresì  di  esplorare  la  natura  umana  e  i  giochi  che  il  destino  ci  riserva,  nonché  giocare  con  il  mezzo  cinematografico.

La  migliore  offerta  è  la  storia  di  un  famoso  battitore  d’asta  Virgil  Oldman  (un  bravo  Geoffrey  Rush),  pieno  di  disprezzo  per  gli  altri  esemplificato  dai  suoi  tic  e  manie  sulla  pulizia. 

Ricchissimo,  approfitta  della  sua  posizione  e  con  la  complicità  di  Billy  (Donald  Sutherland)  ottiene  a  prezzi  stracciati  veri  capolavori  destinati  alla  sua  collezione  segreta.  I  dipinti,  tutti  ritratti  di  donne,  sono  custoditi  all’interno  di  un  caveau  nella  sua  casa  principesca.

Un  giorno  viene  incaricato  da  una  misteriosa  fanciulla  di  liquidare  il  di  lei  patrimonio.  La  ragazza  Claire  (Sylvia  Hoeks)  soffre  di  agorafobia  e  non  si  fa  mai  vedere. 

Oldman,  dopo  vari  tentennamenti,  si  reca  a  palazzo  per  un  sopralluogo  dove  trova  per  terra  gli  ingranaggi  di  un  antico  automa.  Portati  questi  dal  suo  amico  aggiustatore  Robert,  la  danza  può  avere  inizio. 

Alla  suspence  del  noir  si  accompagna  anche  una  riflessione  sul  vero  e  il  falso  e  l’ossessione  per  la  bellezza  dell’arte,  copia  conforme  della  realtà  nella  fantasia  di  molti.  Ma  la  crudeltà  dell’inganno  riporterà  tutti  con  i  piedi  per  terra.

Tornatore  mette  in  scena  uno  spettacolo  molto  sofisticato  forse  troppo  per  il  genere  che  vuole  sempre  un  po’  di  sporcizia  ben  visibile.  Il  regista  cerca,  come  nel  suo  film,  di  incastrare  tutti  i  meccanismi  perfettamente,  includendo  una  riflessione  sul  tempo  che  da  meccanica  vuole  diventare  filosofica.  Pensiero  troppo  complesso.  Così  come  le  citazioni  sono  forse  scontate  (Twin  peaks,  Mulholland  drive)  e  portano  lo  spettatore  in  altri  territori,  tipo  fiaba  nera. 

Il  film  tiene  comunque  il  ritmo,  il  palazzo  è  perfetto  come  agente  dissimulatore  e  il  cast  è  tirato  a  lucido  e  coi  tempi  giusti.