Detachment, di Tony Kaye

Detachment recensione

Detachment , un film del britannico Tony Kaye, con un fantastico Adrien Brody, (USA 2011), racconta la scuola. Henry è il miglior supplente tra gli insegnanti disoccupati e viene cooptato in una scuola allo sfascio. 

I professori non si sentono riconosciuti dagli allievi né dai loro referenti burocratici e non hanno la forza di tirare la carretta né di proporre valori e conoscenza. Colludono con la disattenzione, si contrappongono agli allievi, amplificando sempre di più la distanza tra quello che si aspettano e il comportamento quotidiano disinteressato – completamente disinvestito dei ragazzi.

Gli insegnanti contribuiscono a creare patologia e drop out, oltre a disadattamento. Non riescono neppure a trovare una solidarietà reciproca, tanto sono personalmente frustrati.

Ciascuno cerca di dare un’immagine ottimale di sé, sapendo che le crepe della solitudine e della disillusione usciranno comunque fuori. La scuola diventa il luogo della forma, dove il budget e la burocrazia vincono sulla didattica, dove le emozioni vengono tenute fuori per non fare i conti con il proprio abisso.

Henry è differente perché distaccato, chiuso in un suo mondo disilluso, molto simile a quello dei ragazzi. E’ altrettanto arrabbiato, e considera questo stato d’animo migliore che non essere depresso e scoraggiato come i colleghi. Lui non vuole mostrare le proprie emozioni neppure a se stesso. E’ presuntuoso e la sua presunzione (io vi salverò senza mettere in gioco le emozioni) fa sì che faccia anche dei disastri.

Porta a casa una giovane prostituta che crede di innamorarsi di lui e con cui vive un’ immediata intimità priva di sesso, illudendola; non si accorge del disperato grido d’aiuto di una brillante allieva obesa, ottima fotografa vessata dal padre; non resta nella classe e col suo andarsene di nuovo altrove – che per lui è la sua forza/salvezza – rigetta di nuovo i ragazzi nella disperazione del qualunquismo del prossimo professore e nella delusione rispetto al legame che comunque era riuscito a creare.

Non c’è un eroe in questo film, questo è il suo bello. C’è un uomo problematico, anaffettivo, alessitimico (incapace di leggere le proprie emozioni), duro, rigido, chiuso nell’intelletto, innamorato di autori decadenti che verbalizzano le emozioni di cui non riesce a parlare e il dolore da cui non riesce a curarsi. Un uomo autarchico e chiuso in se stesso, distaccato da se stesso e dagli altri. Non c’è riscatto, non sembrano esserci soluzione né via d’uscita.
Più il protagonista si rinchiude in sé, più noi spettatori siamo invasi dalle emozioni, dall’intensità e dalla veridicità della situazione sociale.

Siamo in una periferia povera americana ma potremmo essere ovunque, in Italia come in Francia o in Inghilterra. Non in Nepal dove la scuola è un tale opportunità di riscatto da costituire un valore inestimabile e provocare nei ragazzi che la frequentano l’orgoglio dell’appartenenza.