Sei qui: Home Spettacolo Cinema Recensioni Telfener 7 giorni all’Havana, recensione

7 giorni all’Havana, recensione

7 giorni all’Havana è un film collettivo diretto da sette cineasti chiamati da Leonardo Padura Fuentes giornalista e scrittore cubano, tradotto in tutto il mondo grazie ai suoi romanzi poliziesco-sociali animati dal tenente Mario Conde. 

Un ultimo sguardo a Cuba, che dalla abdicazione di Castro, rischia di cambiare inesorabilmente. Sette cortometraggi da 15 minuti ciascuno che mi sono goduta molto, proprio per la diversità di stile e di argomento scelta dai registri: corti che mettono in gioco emozioni e narrazioni dissimili rispetto ad uno sguardo invece affine sulla città.

Benicio Del Toro –portoricano naturalizzato spagnolo - racconta lo stupore e la stereotipia turistica di un giovane americano che si fa adottare dal taxista che lo porta a casa propria e che successivamente cercherà di portare una ragazza (o un trans?) nella camera dell’albergo di lusso in cui abita; Laurent Carnet, francese, racconta la storia di una donna, Martha, che utilizza la Madonna che vede in sogno per manipolare un condominio - se non un quartiere intero - per seguire le di Lei imposizioni capricciose; Julio Medem, spagnolo, racconta di Cecilia, cantante cubana dalla voce soave, che si fa tentare da un produttore spagnolo che la vuole portare in Europa ed è in dubbio se tradire il fidanzato e la sua terra e partire o meno; Juan Carlos Tabìo, cubano (Fragole e cioccolata) racconta della madre di lei, psicologa, che sbarca il lunario facendo torte molto decorate.

Una donna piena di energia che saluterà la figlia Cecilia che parte su una zattera per lasciare Cuba insieme al fidanzato (una partenza più accettata dalla comunità); Gaspar Noé, argentino, propone un rituale di purificazione nella natura a seguito di un amplesso lesbico che va “lavato” (perché lavato? Non ci spiega in che modo la cultura “rifiuti” un amore omosessuale, dal momento che è del 1979 la depenalizzazione dell’omosessualità).

I due episodi che mi sono piaciuti di più sono stati quello di Pablo Tropero, argentino, che racconta di un annoiato Emir Kusturica che atterra in città per ricevere un premio alla carriera e finisce in una jam session di fantastica calda musica improvvisata, con il suo conducente di taxi, ritrovando la sua energia.

Quello più bello di tutti è di Elia Suleiman, palestinese, in cui un signore attonito e solo guarda con occhi stupiti una Cuba apparentemente surreale e deserta e, partendo dallo stereotipo, accenna a possibilità narrative molto più sottili e interessanti.

Come in ogni film su Cuba che si rispetti abbiamo la musica, il tentativo di sfruttamento dei turisti, le case delabré, la povertà, la solidarietà, i bar dell’Avana vecchia, il colonialismo dell’Hotel Nacional, le onde del mare che si infrangono coi loro schizzi, i discorsi interminabili di Fidel, gli scorci del Melecon, il lungomare di dodici kilometri, le ragazze che tentano gli abbordaggi … Ogni corto è però molto differente dagli altri e propone uno stato d’animo, un’atmosfera, un’impressione sua propria.

Potremmo leggere ciascun film come testimonianza della personalità del regista che lo ha girato ancor più che dello spirito dell’Havana. Ciascun regista rappresenta se stesso e le proprie particolarità attraverso la rappresentazione di una stessa città.

Una piccola polemica: perché nessuna donna è stata invitata nel progetto? L’esperimento sarebbe stato psicologicamente ancora più interessante.

left Siamo un' associazione no profit che si propone di tutelare la salute della donna. Forniamo gratuitamente consulenza telefonica e via email su qualsiasi problema di salute femminile. Siamo all'interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma nell'edificio più noto come Buon Pastore del Comune di Roma

Socials Bottom

Iscriviti alla Newsletter