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La guerra è dichiarata, di Valérie Donzelli

La guerra è dichiarata

Credo che tutte le coppie che vanno a convivere dovrebbero vedere il film di cui vi parlerò oggi: La guerra è dichiarata, di Valérie Donzelli con la regista e Jérémie Elkaim, film rivelazione della settimana della critica di Cannes 2011. 

E’ basato sulla loro storia vera: il loro incontro, la nascita del figlio e la diagnosi di un cancro al cervello ai suoi diciotto mesi, cui il bimbo sopravvivrà, ce lo dicono subito nel racconto.

Perché scegliere una tematica così tragica per dei giovano che vogliono andare a convivere? Perché il film è un inno alla relazione e alla capacità di stare insieme, malgrado le avversità. Certo, facile, è un film! In realtà possiamo estrapolare alcuni ingredienti per far funzionare una coppia dai momenti più difficili.

“Perché è capitato proprio a noi, perché ad Adam?” chiede Romeo, il padre, a una Juliette sconvolta a seguito della diagnosi ricevuta. “Perché noi ce la possiamo fare” risponderà lei e da quel momento niente lamentele, comunicazione diretta tra i due, esplicitazione chiara dei propri bisogni e fastidi, solidarietà assoluta, attenzione reciproca, verità della relazione anziché scappatoie comode.

Anche le famiglie d’origine aiutano, tentando solo di essere d’aiuto e trovando ogni possibile occasione per festeggiare anziché rendere tragica la già tragica situazione. Ogni occasione è buona per farsi una risata che ricarica.

Un manuale di comportamento proattivo che trasuda energia e coinvolge anche lo spettatore.

Sembra un’informazione marginale che i due poi si separino – viene detto quasi di sfuggita. La loro relazione rimane comunque molto buona e il figlio, come sempre nelle coppie capaci, diventa il collante che li tiene insieme, il futuro che li lega. “Tu mi fai bene Juliette. Non avrei potuto vivere tutto questo con un’altra” dirà il padre e questo bene viene esplicitato in ogni azione di ciascuno dei due verso l’altro.

Con quali sensazioni usciamo dal film? Con energia, con una tenerezza infinita per questa coppia che lotta e per il bimbo ignaro di ciò che gli sta accadendo. Soprattutto con alcune riflessioni sulla sanità. Diffidenza, irritazione, impotenza, incomunicabilità, senso di solitudine, sono sensazioni che permangono malgrado il lieto fine. Sono uscita dal cinema riflettendo sulla necessità che nella sanità si istituiscano figure ponte tra i malati e il sociale.

Un’assistente sociale che contenga i genitori, un case manager che aiuti a fare una strategia di attacco, coordinando i diversi dottori e il rapporto tra personale sanitario e familiari.

Sono uscita riflettendo che è necessario che le cure siano coordinate e connesse in una rete, in un percorso cui si tenti di dare un significato condiviso. Una narrazione che permetta momenti di ridefinizione e acquisti uno spessore anche psicologico, offrendo al malato e alle persone che stanno intorno di mettere in parole emozioni e scelte.

Perché la salute di questi tempi è soprattutto consapevolezza e accesso alle informazioni.

E la coppia incontrerà un luminare che unisce la competenza alla disponibilità (generoso di tempo e di energie, comprensivo e partecipe) e diverrà una figura di riferimento capace di somministrare se stesso e di dar loro fiducia.
Un film che non si piange addosso, da vedere.

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