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Pollo alle prugne il film di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi

Pollo alle prugne il film di Vincent Paronnaud e Marjane SatrapiCi sono film che si godono lì per lì e non si vorrebbe finissero mai e film che a posteriori si ripensano nei particolari e producono una bella sensazione.

Pollo alle prugne
il film di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi (2011) per me è della seconda specie.

Un film bello nei momenti onirici e ancora di più nell’animazione fiabesca, ingenua e poetica, ma altrimenti poco poco noioso e più dolce nel ricordo.

Bello nelle sue parti fantastiche e nell’interazione giocosa tra i bambini, come se la Satrapi - che conosciamo per il libro e film Persepolis, fantastici -accedesse alla ricchezza dell’infanzia e potesse avvicinarsi al suo proprio mondo infantile, forse ricco di felicità, vissuto nel pieno del benessere.

Tutti e due i figli del protagonista nel film sembrano non avere bisogni né capricci, nessuna rivendicazione o aspettativa nei confronti del mondo, solo gioco, come fossero figure simboliche, archetipi della gioia di vivere e di un passato spensierato, privo di responsabilità: rappresentano forse per la regista il vissuto della sua vita a Teheran, vita che ha lasciato per sempre a venticinque anni, per trasferirsi a Parigi a seguito della rivoluzione islamica.

Nello specifico, il bambino, grassoccio e sempre allegro, una forza della natura, si contrappone con la sua ingenuità ottimista al papà che ha perduto ogni speranza; prega per lui depresso e non si mette nei pasticci quando viene da lui trascurato o sorvegliato distrattamente. L’innocenza fa da comparsa nella trama del film (e della vita), proponendo momenti lirici e un’emotività leggera.

Nasser Ali (Mathieu Amalrik, bravissimo) è un uomo con gli occhi talmente spalancati sulla disillusione del mondo che ha deciso di morire. Vuole morire perché ha perduto il suo violino e la sua musica, la fama, perché non riesce a ritrovarli, perché ha perduto il suo grande amore Irane e considera la famiglia solamente un peso e perché non riesce a trarre nessuna soddisfazione dalla vita quotidiana, soddisfazione che traeva invece immensamente dalla musica.

Rivive così negli otto giorni che precedono la sua fine tutta la vita, cercandone, intravedendone il segreto e la delusione. Flashback, ricordi, associazioni, fantasie diventano il film, ironico e tragico, doloroso e leggero, un continuo lirismo narrativo e onirico, un continuo ossimoro in cui aspetti contraddittori si incontrano.

Una fiaba a cui è necessario sapersi lasciare andare.

Il protagonista valuta la sua vita e ricorda, ha come sfondo uno skyline inventato, un non luogo che poca importanza ha perché è nella sua mente che il film ci trasporta: quali cose ricordiamo quando facciamo il computo della vita? Cosa ci torna in mente? Come immaginiamo il futuro di coloro che ci sono stati vicini? Buio e catastrofico, se siamo depressi.

Confondiamo insieme a lui il passato rimembrato, il presente vissuto nel qui e ora e il futuro immaginato al punto che Nasser Ali non si consola neppure quando la moglie non amata e molto svalutante gli fa il suo piatto preferito, il pollo alle prugne, con la miscela di spezie ras-el-hanout, misto di quasi cinquanta spezie tostate .

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