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Marigold Hotel, un film di John Madden

Marigold Hotel, un film di John MaddenNo, no, no. Non è vero che una donna scorbutica e piena di pregiudizi possa diventare una brava manager di un hotel in India, sorridente, efficiente e propositiva; che si muore quando e dove si vuole, facilmente, dopo aver rincontrato il proprio amore di una vita.

Non è vero che una donna settantenne che sembra una carta geografica riesce a conquistare un maharaja che la guarda con occhi adoranti, né che una moglie acida e insoddisfatta sia disponibile a mollare il marito prima di tornare in patria, con un gesto di consapevolezza e generosità.

Neanche che un uomo molto vecchietto e fuori allenamento riesca a fare l’amore tutta la notte prendendo l’aspirina credendola viagra. Sto parlando di Marigold Hotel (2011) un film di John Madden sull’invecchiamento, troppo lungo e troppo ottimista che, pur girato in India, manca del fascino di quel Paese.

Un film sulle donne in quanto i protagonisti sono quasi tutte donne, isolate una dall’altra, con scarsi rapporti di confidenza e nessuna strategia adattativa condivisa, fattore che rappresenta una perdita di complessità e di opportunità nella sceneggiatura.

I personaggi sono figure rassegnate e spaventate dalla vecchiaia seppur facciano finta di prenderla con filosofia (una coppia, e cinque single) che si lasciano alle spalle l’insoddisfazione della vita occidentale e un qualche fallimento, per recarsi in India per trarre vantaggio dalle opportunità del terzo mondo (uno stile di vita più ricco, operazioni sanitarie più accessibili, minor isolamento, forse una vita più grandiosa), per sopravvivere in un ambiente che credono più facile, economicamente meno caro, in cerca di una opportunità seppur flebile.

E’ come se l’India rappresentasse l’idealizzazione di un sé avventuroso, di una rifioritura personale. Nessuno sembra però disponibile a mettersi in gioco modificando le proprie premesse o cambiando stile di vita. I singoli personaggi non cercano una rinascita ma la sopravvivenza, non appaiono disponibili a mettersi assolutamente in discussione, non cercano un’opportunità di iniziare ex novo relazioni e incontri, neppure con se stessi. Bella solo la figura di Evelyn (recitata da Judi Dench), l’unica donna centrata su di sé, capace di adattarsi, ironica e autonoma, in cerca di un lavoro che trova anche per l’India troppo velocemente!

Una fiaba superficiale quindi, che però della fiaba non ha gli ingredienti edulcorati: non ci presenta gli aspetti spirituali e un po’ magici del Paese, i suoi colori, i ritmi e le relazioni coniugate in maniera diversa, i personaggi eccentrici e fuori dell’ordinario e neppure approfondisce personaggi che potrebbero essere differentemente interessanti. Non ci presenta un modo alternativo di vivere ma il caos, il traffico, la sovrappopolazione, l’ingresso nella frenesia della modernità, la superficialità, la troppa velocità, come se il regista non amasse abbastanza i luoghi che ritrae o li desse per scontati.

Eppure comunque si sorride. Il film va senz’altro visto in versione originale, per cogliere sfumature di inflessioni linguistiche che nella traduzione – una pratica italiana barbara – si perdono e lo appiattiscono ancora di più.

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