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Almanya, la mia famiglia va in Germania (2011) di Yasemin Samdereli

Almanya, la mia famiglia va in Germania (2011) di Yasemin SamdereliAlmanya, la mia famiglia va in Germania (2011) di Yasemin Samdereli è un film delicato e corale in cui una famiglia di Turchi Armeni va a lavorare in Germania e poi torna nella terra natia per una vacanza e per ristrutturare la casa che il nonno ha comprato (un rudere).

Un gruppo che dalla nicchia relazionale in cui è vissuta all’estero inizia un viaggio per tornare a casa raccontando lo stesso viaggio che ha fatto 45 anni prima per recarsi a lavorare in Europa. L’occasione per esplicitare i pregiudizi da tutte e due le parti, sull’occidente e i tedeschi (quanti timbri per ottenere un visto, il mangiare solo patate, maiale tre volte la settimana, iscriversi ad un poligono di tiro e andare in vacanza a Majorca) e sulle abitudini armene rispetto alla relazione tra uomini e donne (se un uomo sfiora una donna la dovrà sposare), alla partecipazione attiva al tessuto collettivo e al fluido dialogo intergenerazionale.

Il film nella sua leggerezza ci forza a pensare che essere esclusi non corrisponde a sentirsi respinti e che non tutti i casi di inclusione sociale corrispondono a una forma di accettazione. Interessante e tenero il piccolo Cenk che si domanda e domanda ai familiari se sono turchi o tedeschi e l’impossibilità da parte della sua famiglia di rispondere, in quanto il processo di integrazione ormai avviato provoca una dislocazione continua.

Ciascuno dei personaggi vive a modo suo quella che sembra la domanda attorno alla quale ruota l’intero film: a quale appartenenza partecipo? Quale complicata grammatica sociale mi coinvolge? Tranquillo solo l’anziano nonno, sicuro della sua pertinenza al punto da non volere la cittadinanza tedesca e intenzionato a tornare a morire in patria; esente da questa diatriba solo l’adolescente nipote Canan che ha altri problemi per la testa.

Atteggiamenti, interessi, scopi, stili di vita sono più legati all’appartenenza oppure alle esperienze fatte nel periodo della crescita? E quello che ci ricordiamo o raccontiamo del passato è verità o l’aneddotica che più volte è stata ripetuta nel contesto familiare?

Un film sull’appartenenza, lo definirei, e sui processi di inclusione/esclusione. La possibilità di essere messi da parte e ignorati nel sociale come anche nei legami familiari, la necessità di essere notati nel contesto micro e macro sociale a seguito di episodi di esclusione interpersonale (il nonno dovrà tenere un discorso ai concittadini e reputa questa visibilità un riscatto sociale rispetto alle difficoltà che ha avuto di integrarsi in un Paese nuovo).

La possibilità o meno di parlare dei propri segreti e delle proprie preoccupazioni con la madre o col nonno così come con i colleghi della città in cui si lavora: la conferma che se qualcuno parla/mi parla c’è luce ed esisto.

Nel film sarà più facile per la giovane Canan parlare coi nonni delle sue preoccupazioni, forse perché saltando una generazione si allentano i meccanismi di proiezione e le aspettative che i figli ottengano quello che gli adulti non hanno raggiunto e riscattino le difficoltà avute nel processo di integrazione.

Leggero e piacevole all’interno di una tematica molto attuale, da vedere.

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