Avatar (film 2009) - Telfener

Ho finalmente visto Avatar (2009) scritto, diretto e prodotto da James Cameron il film che ha incassato di più nella storia del cinema, 3 Premi Oscar nel 2010, per la migliore fotografia, la migliore scenografia e i migliori effetti speciali.

Me lo sono goduto, senza però entusiasmarmi come speravo in quanto non propone un differente punto di vista, un salto di consapevolezza rispetto al sentire occidentale, nemmeno tra gli abitanti di Pandora.

Siamo nel 2154, sulla luna del gigante gassoso Polifemo, appartenente al sistema stellare Alfa Centauri, dove gli occidentali vogliono impadronirsi di un metallo che solo lì si trova e risolverebbe i problemi energetici della terra e che hanno identificato essere proprio sotto l’albero sacro di una delle tribù del luogo - i Na’vi - luogo di culto dedicato alla loro divinità, Eywa, madre natura.

Subito mi è venuto in mente la metafora dello scontro tra occidente consumistico e senz’anima (il comandante che beve una birra mentre si va all’attacco, i soldati Usa che potrebbero essere radunati in qualunque quartier generale di qualunque parte del mondo meccanicamente pronti a combattere, la tecnologia assoluta, il maschilismo imperante, l’uso della forza come mezzo di relazione) e società più integre e connesse con la natura, meno contaminate, che propongono un patto col creato, canti e condivisione (ma non abbastanza nel film, la realtà attuale supera decisamente la fiction).

Mi ricordo quando l’anno scorso ero nella foresta amazzonica in Perù e sorvolavano la nostra testa elicotteri di società petrolifere canadesi e noi, insieme agli sciamani shipibo, guardavamo disperati il loro via vai: nella foresta è stato trovato il petrolio e gli indiani che hanno da sempre abitato quella terra ma non la possiedono vengono scacciati sempre più nell’interno e per la prima volta nella loro storia i bambini soffrono la denutrizione in quanto le manovre di trivellazione inquinano i fiumi, le acque e uccidono gli animali.

Ma torniamo al film: Jake è un marine che ha preso il posto di suo gemello morto (hanno lo stesso codice genetico quindi lo può sostituire) per il quale era stato costruito un avatar, un clone che dalla mente di un umano è guidato in quel mondo. L’avatar di Jake incontra Neytiri e la solidarietà e l’amore sembrano inevitabili. “Io ti vedo” è il saluto e il rituale con cui loro due e le altre persone si connettono, bello e intenso.

Di nuovo un collegamento, questa volta al gioco sociale online Second life nato nel 1999 e diventato molto di moda nel primo decennio del 2000. In esso ci si costruiva un avatar (appunto!) e si andava a vivere avventure “nuove” con altri cloni sconosciuti, abitanti il resto del mondo.

La storia è banale, la scenografia molto interessante. Belli i robot senza testa uguali ai combattini con cui i bambini giocano attualmente, interessanti le armi a più fuochi – ancora più crudeli di quelle in commercio – e i mezzi d’aria dalle forme improbabili. Belle e incongrue queste creature-zebra blu, affusolate e troppo simili a noi, con le pupille sempre dilatate.

Due cose mi sono piaciute molto: la prima è la visone un po’ onirica di una natura rigogliosa e colorata, fosforescente e vista dal basso, come se sovrastasse i viventi esattamente com’è la sensazione di camminare dentro la foresta pluviale. Incontriamo piccole meduse leggiadre che si condensano intorno a chi è portatore di integrità (ingenua l’idea che sia integro il protagonista, paraplegico, ignorante, che poco conosce ma è armato di buona volontà); incontriamo dinosauri volanti dai colori del sole che come i cani hanno bisogno di sentire il padrone alfa - non potevano semplicemente collaborare a seguito di una nuova alleanza tra umani e natura? – altri animali crudeli anch’essi troppo simili a giaguari e ippopotami (totalmente assenti i serpenti e gli uccelli).

La seconda idea che mi è piaciuta è la connessione tra le persone e con la natura, una connessione a rete, un’attenzione speciale, la presenza di un campo morfogenetico che presuppone che la vita sia coscienza e tutto sia collegato, trasportandoci in ambito trans personale (cui si accenna solamente).

In termini psicologici questo film, decisamente godibile, ci fa riflettere sulla quantità di novità che l’umano è disposto ad accogliere, e di come anche quando vogliamo volare con la fantasia lo possiamo fare unicamente ancorandoci al già conosciuto, non staccandoci mai abbastanza da terra.

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