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E ora parliamo di Kevin, recensione del film

Di solito non vado a vedere i thriller, non amo aver paura. Sono appena tornata da aver visto E ora parliamo di Kevin (2011), e mi sento ancora compressa per la tensione.

Un film della regista scozzese Lynne Ramsay con Tilda Swinton nei panni di Eva la madre, John C. Reilly di Franklin il padre e Ezra Miller nei panni di Kevin adolescente, film premiato come il migliore al London Film Festival.

Mi è piaciuto molto: psicologico all’ennesima potenza e molto sottile. Ma andiamo con ordine, se è possibile, in una trama con continui flashback e rimandi a sogni, fantasie, tempi diversi. Un film con uno sguardo molto femminile, per associazioni, abduttivo, dominato dal colore rosso.

Colpisce lo sguardo splatter e iperrealista della madre, depressa, triste, sola, che rivive la sua vita, i fallimenti e le tragedie che l’hanno costellata. Beve, è sola in una casa spoglia e priva di orpelli come spoglia sembra essere la sua psiche, attanagliata dal dolore.

Col figlio è frustrata ma mai affronta veramente il suo rifiuto che inizia da quando il bimbo è in pancia e continua con le difficoltà di rapporto, con la non accettazione, con le complicazioni oppositive che il ragazzo le presenta, sempre a sfida, sperando di venir salvato dalla madre che non ci riesce. Lui piange e non la vuole e anche lei si sente rifiutata e lo considera ostile, difficile, negativo, ognuno dei due credendo di rispondere all’altro e di essere la parte lesa.

Colpisce il ragazzo che dall’inizio è oppositivo. Nei trailer pensavo fosse un asperger, sindrome che va di gran moda in questo momento storico, ma Kevin è semplicemente un bimbo molto intelligente che non si sente accettato dalla madre e la mette alla prova, malgrado sé, costantemente.

Alcuni riferimenti psicologici: il rapporto col padre, come se lui non contasse nulla, fosse una figura squalificata e quindi “facile” da gestire, con la quale è semplice andare d’accordo proprio perché non ingaggiato nella relazione di sfida e di potere; la relazione con la madre che sembra sotto schiaffo, quasi ricattata dal bambino già da quando è piccolo per i sensi di colpa che probabilmente sente, derivanti dalla difficoltà di rapporto con lui; c’è poi un accenno che il ragazzo fa al proprio bisogno di non essere anonimo nella vita, di venir visto e preso in considerazione, che è coerente anche col suo intento nel perseguire il proprio male, nel coltivare virus telematici e non; il quarto spunto, che mi lascia un po’ scettica, è alla premeditazione della strage che il ragazzo farà, sia scegliendo la data (prima del sedicesimo compleanno, in modo da essere minorenne) sia utilizzando la scusante per la corte di aver assunto nel tempo un antidepressivo, il prozac.

Ostile e antisociale il ragazzo lo è da sempre, i suoi spunti paranoidei vengono “tollerati” dalla famiglia e quindi non escono allo scoperto? Perché la strage non può essere solo aggressività e voglia di rivincita.

Colpisce la coppia, anch’essa proto tipica nei problemi di gestione di figli adolescenti: il padre è periferico, squalifica la madre rispetto alle sue preoccupazioni, sta tutto il giorno fuori casa e sembra sentirsi molto gratificato dalla buona relazione che lui solo sembra avere col figlio: lo loda, lo vizia, si fa manipolare e continuamente sminuisce i problemi. Un padre “mammo”, che prende solo il bello della sua famiglia.

La donna non riesce a farsi comprendere da lui, ne ha bisogno ma lo vede come un nemico in quanto alleato col suo nemico primario, il figlio. La donna non riesce ad uscire dal clima ostile che la quotidianità le rimanda, il marito non riesce a costruire un altro copione per loro e il circolo vizioso si stringe sempre più.

L’omertà su quello che di distruttivo fa il ragazzo è la spia del malessere dell’intera famiglia e il passarci sopra peggiora i comportamenti del figlio che riceve una sorta di permesso a delinquere. I genitori si allontanano sempre più, il nucleo appare vuoto, il padre reputa la madre esagerata e visionaria e la figlia piccola, Celia, con la sua ingenuità riesce anche lei a tollerare le torture cui il fratello la sottopone.

Se dovessi fare una critica a questo film, che strenuamente consiglio, sarebbe quella di non averci fatto vedere gli inevitabili momenti belli, anche se brevi, ma di aver rappresentato solamente le tensioni e le incomprensioni. Un tiro con l'arco senza pietà.
 

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