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The tree of life a Cannes, la natura e la grazia

The tree of life a Cannes, la natura e la grazia Ci sono due vie per vivere la vita: la natura e la grazia. E da questa dichiarazione partono i due film in uno di Terrence Malyk, The tree of life, attualmente a Cannes con Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain.

Il principale è, a mio parere, bellissimo ed occupa tutta la seconda parte della narrazione, raccontando una famiglia americana degli anni ’50 in Texas: madre raggio di sole, compresa nel suo ruolo e succube del marito, padre fallito, frustrato e autoritario pieno di speranze e di timori e tre figli maschi che seguiamo dalla nascita alla loro prima adolescenza.

Il più piccolo è quasi invisibile nel film, sempre al seguito dei fratelli; il mezzano è quello pieno di grazia: suona, è sorridente, non entra in competizione, perdona, si fida, è dolce e remissivo, segue le regole.

C’è poi il primogenito, Jack, tormentato come il padre, ostile e ruvido, umorale e difficile. E’ quello che ha un dialogo costante con un Dio che non comprende e da cui non si sente compreso, che sfida e interroga, con cui dialoga e a cui chiede consolo. E’ l’unico che vedremo adulto e che verrà poi interpretato da un Sean Penn, bello e tenebroso, rimasto terribilmente ruvido.

Il secondo film nel film tratta dell’altro percorso possibile per vivere la vita, il rapporto con la natura che ci viene proposto in chiave unicamente visiva in quanto sono le immagini ad aprire le potenzialità “alte” degli umani.

Se lo spettatore si lascia andare e si rilassa, le immagini offrono piacere per gli occhi e sono fonte di belle sensazioni e intuizioni profonde, a patto però che non si alzino le proprie difese non comprendendo questo salto logico, questa narrazione unicamente visiva che sembra entrarci poco. Questa parte visiva è accompagnata da musiche sacre molto intense e offre piacere agli occhi e processualità (anche se forse i dinosauri sono una forzatura: un’amica ha commentato “Jurassik Park in chiave buonista”).

L’albero della vita è anche un simbolo spirituale trasversale a molte tradizioni religiose (greca, egiziana, ebraica, indiana, cristiana) che raggruppa nella figura dell’albero preziose nozioni che gli antenati ci hanno lasciato, un simbolo della trans-personalità e trans-generazionalità che simboleggia la continuità della coscienza.

Si tratta di una rappresentazione grafica che ritroviamo nelle raffigurazioni religiose (oltre a molti quadri bellissimo è il pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto). Include una colonna della misericordia, una del rigore e il pilastro dell’equilibrio, tutte e tre qualità cui il film dà corpo, passando il messaggio che la coscienza è un territorio da conoscere e conquistare.

Intense, a questo proposito, le scuse che il padre chiede a uno dei figli, il primogenito, quello forse più amato e certamente più tartassato. Molto interessante il finale in cui ci troviamo in un luogo immaginario senza sapere se sia il passato o il futuro, il luogo dei morti o dell’immaginazione: un luogo di luce e amore.

Scopo del cammino iniziatico è quello di recuperare e integrare le scintille di luce disperse e vedere nella luce le cose che ci sono intorno. Questo sembra dire il film – o almeno ha detto a me – che il cammino di ciascuno è un percorso in cui è possibile cambiare i sistemi di pensiero e prendersi le parti belle che la vita offre.

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