La bellezza del somaro

La bellezza del somaro Si dice bellezza del somaro la forza e l’intensità che trasuda dalle persone giovani. In questo caso è il titolo di un film (2010) diretto e interpretato da Sergio Castellitto (Marcello, architetto) e scritto dalla moglie Margaret Mazzantini.

E’ interpretato da Laura Morante (Marina, la moglie psicologa), da Nina Torresi (Rosa, la figlia diciassettenne) e da un coro di altri personaggi che girano attorno a loro. Una commedia brillante che parla del rapporto tra generazioni e tratta un tabù assoluto, quello della vecchiaia.

La coppia, attiva, energetica, moderna, illuminata e molto borghese, con gioia accetterebbe per la figlia un fidanzato di colore ma entra in crisi profonda di fronte a un uomo di cinquanta anni più vecchio di lei, un rispettoso e rigido settantenne, interpretato da un ieratico e distante Enzo Jannacci.

La coppia è presa da sé, si sentono belli, bravi e moderni. Vivono un presente senza passato e senza futuro. Interessante Marcello, uomo efficiente col mito di se stesso: si crede un ottimo padre e un ottimo marito, accetta di frequentare i pazienti della moglie se a lei terapeuticamente è utile, ha due amici del cuore con cui condivide karaoke e segreti e con cui riesce a diventare più umano e abbandonare il mito della perfezione. Tradisce la moglie per distrazione, senza dolo.

Meno definita Marina, ottima padrona di casa, di buon umore, col mito della libertà, che da lontano e con apparente rispetto controlla la figlia “sconosciuta”; una donna distante, però attenta al marito, che lo “accontenta” come vediamo fanno tutte le donne dai quaranta in su che desiderano tenersi a fianco il loro compagno: lo accudiscono con accondiscendenza, sempre presenti.

Nella casa di campagna dei due arrivano gli amici, genitori e figli (ma è proprio vero che i giovani oggi si mischiano con gli adulti? Nella mia esperienza si tratta di due mondi assolutamente incommensurabili) e tutti cucinano, mangiano e parlano animatamente in maniera forse un po’ stereotipata e superficiale.

L’arrivo del “filarino” settantenne getta lo scompiglio, ma non si capisce bene perché, altro che per un tabù che non viene analizzato ma vissuto visceralmente (sarebbe stato differente se un figlio maschio si fosse innamorato di una donna molto più vecchia, la vera novità dei tempi?). Jannacci è politically correct, ecologista, dotto e parla dell’assoluto e del nulla.

E’ straniero con tutti e sembra straniero anche a se stesso, malgrado faccia la parte di un saggio pacato. Ci sarebbe piaciuto un uomo che affascinasse e si amalgamasse coi più vicini (per età) ma riuscisse a dialogare con i giovani, invece l’estraneità regna sovrana anche quando tutti insieme giocano a ruba bandiera.

Psicologicamente il filarino è l’opposto del padre, ma possiamo immaginare che trent’anni prima fosse uguale a lui: basta per giustificare la scelta?

La cosa che mi è piaciuta di più di questo film “leggero” è la visione estraniante e negativa che le generazioni hanno l’una dell’altra, malgrado la frequentazione: Marcello ha il coraggio di dire che la figlia è stata sempre difficile e faticosa da gestire, “un peso”; Rosa crede i genitori “drogati” e non li comprende, non è assolutamente interessata a quello che hanno da dire.

Vera una frase che viene detta da un personaggio minore: quando eravamo giovani i giovani non avevano voce in capitolo, ora che siamo genitori non hanno voce i genitori. Alla generazione dei quaranta - cinquantenni è andata sempre male!

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