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Il cigno nero, The black swan, recensione

Il cigno nero, The black swan, recensioneIl cigno nero, The black swan (2010), regia di Darren Aronofsky nominato per cinque Academy Awards, vincitore di un Golden Globe e fischiato a Venezia nel 2010. Film psicologicamente raffinato, tratta dell’integrazione tra parti di sé.

Il mondo della danza classica viene scandagliato e proposto come scenario per riflettere sugli aspetti multipli di ogni personalità.

L’esterno è il luogo della competizione e contemporaneamente l’occasione di musiche sublimi e movimenti armonici; l’intrapsichico è luogo di apparenza, rigidità, perfezione (il cigno bianco), e di passioni, emotività forte e lotta (il cigno nero).

Nella battaglia tra questi due aspetti il film ci coinvolge in una tensione da vero thriller psicologico. E’ coerente quindi la possibilità di entrare nella testa della protagonista, affetta da un’anoressia non conclamata (per chi danza l’anoressia spesso non è un sintomo ma un modo di vivere necessario per mantenersi ieratici), che ambisce alla perfezione e oltre a vomitare nei water che incontra sulla sua strada vede tutti come potenziali nemici.

Paranoica e spaventata, dominata da emozioni terrificanti, da visioni sanguinolente, mostra una facciata di controllo assoluto: organizzata dalla complessità non ha il coraggio di viverla e si mostra algida e distante, esclusivamente determinata.

Subdolo il rapporto tra Nina (Natalie Portman, bravissima) e la madre, che la tiene prigioniera del mito della carriera che ha dovuto abbandonare quando è stata sedotta dal suo coreografo ed è nata lei. A sua volta la figlia la protegge, permettendole di trattarla da bambina e facendosi comandare come fosse un’appendice, la madre la controlla, ne dirige le emozioni, la culla per farla addormentare, decide quando e cosa farle mangiare, la spinge alla perfezione ma la trattiene anche, per non venir scavalcata. Insieme vivono in un mondo che ruota unicamente attorno alla danza.

Naturalmente c’è un rapporto ambivalente col coreografo, presente in qualsiasi compagnia che si rispetti (il narcisissimo e distante Vincent Cassel che non attende altro che venir catturato emotivamente da una forza più grande di lui per innamorarsi perdutamente).

Come spettatori abbiamo un moto di simpatia di fronte all’intuito dell’uomo che chiede a Nina di lasciarsi andare, di imparare a fidarsi della vita e di se stessa, di abbandonare la tecnica e la perfezione per far emergere la sua parte di cigno nero. C’è poi il rapporto, altrettanto ambivalente, con la possibile rivale Lily (Mila Kunis), la parte speculare della protagonista, viva, spontanea, imperfetta, curiosa, non controllata, amichevole, generosa, solare, intensa… Ma neppure lei un cigno nero.

Peccato che il film si concluda con un finale inutile ed esagerato, assolutamente sproporzionato agli eventi, tanto da far mutare di genere l’intero film che diventa un fuietton tragico (e nella sua tragicità quasi comico). Andavano bene le paranoie sempre più amplificate, ci stava tutto un dialogo con se stessa sempre più oscuro, accettavamo le ossessioni paranoiche, le visioni, i comportamenti sempre più auto lesivi.

Ci stavamo godendo il lago dei cigni di Tchaikovsky con gli effetti speciali della trasformazione del cigno bianco in nero e l’intensità e il coraggio crescenti… Il finale grida vendetta!!

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