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Dieci inverni, il film di Valerio Mieli

di Umberta Telfener

Vorrei parlare di un film di Valerio Mieli con Isabella Ragonese e Michele Riondino, film presentato alla mostra di Venezia (2009), DIECI INVERNI, un film che segue due ragazzi coetanei dai loro diciotto anni ai ventotto, per dieci inverni, appunto.

Due ragazzi che si incontrano su un vaporetto a Venezia, città dove intendono iniziare a studiare e finiscono a letto la prima volta che si incontrano, senza neppure conoscere il nome dell’altro.

Se l’incontro carnale è immediato e poco intimo, un gesto di poco conto e di scarsa emotività che li separa anziché unirli, ci metteranno molto tempo a incontrarsi davvero, ad approfondire la relazione, a comprendere cosa ciascuno dei due desidera per la sua vita e dall’altro.

Il film ci mostra la difficoltà dei giovani a capire cosa vogliano, la confusione, la necessità di prendere gli eventi come accadono, l’incapacità di assumersi la responsabilità di diventare protagonisti in prima persona; descrive la necessità di difendersi, la paura di definirsi, di prendere una posizione, di far girare la vita come piace al soggetto.

Camilla e Silvestro si incontrano nel 1999 su un vaporetto. Lei, introversa, schiva, solitaria, studia letteratura russa; lui estroverso superficiale e disorientato pensa di poter spaziare dalla matematica al giapponese. Si guardano, lui la segue e la abborda, ciascuno dei due reca con sé una sorta di oggetto transizionale che lo aiuta a traghettare dalla casa genitoriale alla nuova vita: lei ha una lampada ingombrante, lui un alberello che pianterà nel luogo che li ha visti uniti. Si sfiorano, non riescono ad incontrarsi, mostra un eccesso di difesa lei, di superficialità lui.

Nessuno dei due è capace di chiedere, di dire a se stesso che l’altro ha un valore aggiunto rispetto a tutte le altre persone conosciute. Non a caso ciascuno dei due entrerà in altre relazioni e non a caso le relazioni significative di ciascuno dei due saranno con due persone molto diverse da sé.

Silvestro costruisce un rapporto con Liuba, più straniera di lui e come lui allegra, spaesata e fuggiasca, Camilla con un regista russo di teatro, più vecchio di lei, con cui costruirà una relazione in cui è finalmente accudente e dipendente. Una relazione matura.

Il film suggerisce che neppure il tempo porta a fidarsi, a lasciarsi andare, a chiedere. I due continuano a prendere solamente ciò che la vita offre. Il racconto delle emozioni, la loro trasformazione interiore è lenta e inconsapevole, l’interiorità non spiegata ma descritta per immagini, molto ben descritta.

Interessante il parallelo Venezia / Mosca, due città fredde, sotto la neve o la nebbia, due città che ci vengono presentate non architettonicamente ma come stati d’animo.

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