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"Io sono l’amore", il sentimento estremo e romantico

"Io sono l’amore", film di Luca Guadagninodi Umberta Telfener

Circolano una serie di film che mettono l’amore al primo posto e che mostrano dell’amore un immagine idealizzata ed estrema, assolutamente romantica, in un’epoca in cui amore e disamore sono invece, a mio parere, momenti di sfumature infinite, dai fragili confini. Sto parlando di Io sono l’amore film di Luca Guadagnino del 2009 con Tilda Swinton (Emma), Pippo Delbono (Tancredi) che descrive la famiglia Recchi con i loro tre figli, Elisabetta (la brava Alba Rohrwacher, identica alla Swinton) Edoardo (Flavio Parenti) e Gianluca.

Alta borghesia imprenditoriale milanese, specchi, marmi, boiseries, casa lussuosa e algida, schiera di servitù. Le caste sono ben specificate, ci siamo “noi i privilegiati” e ci sono tutti gli altri, i poveri sono altra cosa e si pensa di dover vincere sempre, sia a tennis che nella vita. La vita scorre liscia, i figli amano i genitori, tutti sono gentili gli uni con gli altri, gentili e distanti, la servitù olia ogni difficoltà occupandosi delle persone e delle cose con cura e rigore, naturalmente in silenzio.

Una donna algida, russa di nascita, annoiata e sola, distante da tutto e tutti, perfetta, organizza la casa come fosse un orologio di precisione. La vediamo con figli già grandi, attenti a lei, affettuosi, con cui ha un rapporto di affetto particolare (quando parla col figlio Edoardo si illumina, altrimenti resta spenta). Perché si innamora del cuoco Antonio, sensibile e schivo, vero, amico del figlio e socio con lui in un’impresa di ristorazione (Edoardo Gabbriellini)? Basta la comune passione per la cucina per far divampare un fuoco così estremo che porterà alla morte? Oppure è la noia, i figli che lasciano il nido vuoto, il bisogno di ossigeno che le fa inventare un amore improbabile e incomprensibile che diventa assoluta?

Perché si pensa che una donna adulta e navigata, capace di tirar su una famiglia, non riesca a non confessarlo al marito questo amore, senza pietà, in maniera inopportuna e nel momento peggiore, quasi spinta da un’urgenza per poi seguirlo, l’amore, senza accettare compromessi, senza attendere, mentre la famiglia è in lutto, colpita al cuore? Perché l’amore porta a spogliarsi di ogni bene, porta a diventare una pasionaria della verità (verità?) e della salvazione, passando come uno schiacciasassi su tutto e su tutti? Sulla vita in comune, su più di vent’anni assieme, su una convivenza agiata, su un lutto grave, sulla pietas verso una famiglia allo sbando?

Buffo come in un epoca di compromessi l’amore venga rappresentato come assoluto e senza sfumature, l’unica ragione per vivere. O c’è o non c’è, o bianco o nero. E per esso si sacrifica tutto, anche se stessi. Questo non corrisponde alla vita reale, almeno non nella mia esperienza di donna e di psicoterapeuta.

Non ho notato uno sguardo, un gesto, nulla che abbiano introdotto un sentimento vero (non credo basti un piatto di gamberi rosa deliziosi e mangiati con sensualità). L'amore, se così vogliamo continuare a chiamarlo, non è certo salvamento qui, anzi è semplicemente un mezzo per vendicarsi di quello che si è perso in una vita asettica, dove è vietato emozionarsi, una vita tutta e solo votata al successo. Nessuno si occupa di nessuno in questo film, ognuno agisce per sé, ognuno è preoccupato solo di sé. E quando finisce ti accorgi di non aver provato nulla, ti meravigli ma poi pensi ( e speri!) che forse è quello a cui voleva arrivare il regista, a farti sentire fredda e vuota come i protagonisti. In un’intervista il regista Guadagnino parla del femminile che per lui è misterioso e fascinoso: “le donne hanno maturato una capacità di resistenza e sovversione molto spiazzante.” Belle parole, ma come lo mostra?

Attraverso una figlia che diventa lesbica e per questo diventa brutta e mascolina mentre prima era bella, seducente e assolutamente astonishing? Attraverso una madre che solo nell’amore si risveglia, acquista energia e vita, mentre prima appariva come una segretaria del reale, perfetta, algida, priva di anima, assolutamente rispondente a ciò che gli altri vogliono da lei?

Bella invece la relazione tra madre e figlia perché complice. Le due donne si incontrano in maniera istintiva e tacita sulla reciproca trasgressione, come se solo la trasgressione fosse vita, tutto il resto annullamento; come se solo l’estremo e il limite permettessero un afflato di energia e di incontro. Finta la relazione tra madre e figlio, basata sulla forma, sulle convenzioni, su una similitudine apparente, estetica.

C’è poi l’unica figura affettiva del film, la goverante, che partecipa a tutti gli avvenimenti, l’unica che mostra le sue emozioni e che, come in un coro greco, accentua e sottolinea ciò che accade.

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