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"Nuguo, Nel nome della madre", di Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia

Nuguo, Nel nome della madre, di Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia

Ieri ho visto un documentario molto interessante che vorrei condividere con voi. Racconta di una società matriarcale in Cina, ai confini col Tibet, a 1700 metri di altezza, alle pendici dell’Himalaya: Nuguo, Nel nome della madre, di Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia.

La società Moso è un’etnia non riconosciuta dai cinesi che vive secondo le regole di pace e dialogo. Si tratta di una società matrilineare, in cui l’eredità passa per linea femminile e in cui le donne vengono onorate e hanno un ruolo rilevante, in quanto assicurano la continuazione della vita.

Così sono considerati femminili i laghi e le montagne, principi della creazione e dee dell’amore e della fertilità. Si tratta di una cultura basata sulla reciprocità e la spiritualità, la solidarietà è il principio su cui si fonda l’organizzazione familiare. I ruoli sociali non sono predefiniti, tutti si occupano di tutto, gli uomini cucinano e puliscono la casa, si spartiscono i lavori in quanto non ci sono occupazioni peggiori o migliori ma cose che bisogna assolutamente fare.

La violenza è estranea alla loro cultura: non c’è violenza domestica, né femminicidi o abusi sessuali. In ogni famiglia la decisione definitiva la prende la Daba, la donna anziana della casa, casa che include i figli e i figli dei figli. Il matrimonio non è contemplato perché si sa che le unioni sentimentali finiscono; per questo parlano di “unioni in cammino” che non prevedono la convivenza.

Ogni notte da mezzanotte alle cinque gli uomini possono raggiungere le donne amate per poi tornare a casa della propria madre e fare da zii ai nipoti, perché anche gli uomini restano con la propria madre.

Naturalmente possono vedere i propri figli e li possono invitare a casa propria oppure andarli a trovare, ma non ne hanno la responsabilità. La bellissima ragazza intervistata raccontava che la sperimentazione sessuale è accettata ma che poi una persona diventa quella favorita e con uno solo si decide di stare veramente.

Così non si teme la separazione: se non si va più d’accordo ci si lascia senza pensiero.

L’amore, collegato al rispetto anziché al possesso, è un bel vaso ma se cade a terra e si rompe non serve più a niente, anche se si ripara con la colla, non terrà più l’acqua.

L’amore viene da dentro, è cosa naturale, proviene dal sangue materno per cui stare con qualcuno deve far star bene; la gelosia è di conseguenza bandita, non viene rinforzata culturalmente e quindi non è un comportamento usuale. “Gli uomini passano, la madre resta”, “Ti amo ma non sono tua”, “I sentimenti e l’amore per la famiglia non scemano, l’amore per l’uomo è al secondo posto” sono alcuni degli slogan condivisi.

Le donne incinte restano con le sorelle e la propria madre che si occupano di loro e l’uomo rimane estraneo a parti e nascite. I figli si partoriscono in casa, si attende che il cordone ombelicale cada e si seppellisce sotto un bell’albero perché anche il figlio cresca forte e con le radici solide.

Diventeranno poi grandi con la madre, la nonna e gli zii. Giocheranno tutti insieme mentre le donne raccolgono erbe medicinali e curano la terra, dono sacro che deve restare indivisa.

E’ forse necessario fare un commento psicologico? Mi sembra che il film si spieghi da solo ed evidenzi il valore aggiunto di pensare all’amore come evento importante ma non identitario, ai figli come “proprietà” della comunità e alle relazioni familiari come basate sul consenso, sulla capacità di discutere insieme e partecipare alla formazione di ipotesi e soluzioni.

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