Jimmy P. di Arnaud Desplechin

Jimmy P. di Arnaud Desplechin

Ho sempre considerato Georges Devereux (1908- 1985) - antropologo, etno-psichiatra e psico-analista ungherese naturalizzato parigino – un pensatore interessante, ricco di stimoli e sensibilità nell’ambito del lavoro sul campo quale è “il nostro”.

L’ho studiato e letto per i suoi discorsi sugli interventi clinici e per i commenti sul rapporto tra osservatore e osservato, argomento di mio grosso interesse.

Di lui sapevo che era stato tra gli indiani d’America Mohave e aveva definito quel periodo il più felice della sua vita: da loro aveva appreso l’interesse e l’attenzione per i sogni ed era giunto attraverso la loro influenza a Freud.

Sono pertanto andata a vedere il film Jimmy P. (regista Arnaud Desplechin, con Benicio Del Toro – bravissimissimo - e Mathieu Amalric, bravo anche lui) che racconta una terapia da lui fatta alla famosa Clinica Menninger a Topeka, Kansas, nel mezzo del niente degli Stati Uniti: una clinica che negli anni ’50 è stata il faro della psichiatria psicoanalitica.

Jimmy Picard è un nativo indiano della tribù dei Blackfeet, cacciatori delle praterie del Montana, tornato dalla guerra e affetto da sintomi che i medici definiscono psichici. Per questo chiamano il giovane etno-psichiatra, per la sua sensibilità alla cultura, alle differenze, per le sue conoscenze degli indiani d’America.

Lo spazio dell’incontro appare sacro, organizzato dal rispetto reciproco, il dialogo tra i due uomini si snoda con sensibilità e interesse e la sensazione che lo spettatore prova è quella di riuscire a toccare l’anima di Jimmy, in un approfondimento psichico che è molto raro al cinema. I sogni diventano un faro che illumina aspetti della sua vita, una guida al suo passato, una difesa contro oscuri pericoli e una mappa per approfondire i suoi turbamenti.

La relazione tra i due sembra basata sulla curiosità partecipata, sull’irriverenza delle rigide regole psico-analitiche, sulla parità. Devereux accoglie il disordine, le fluttuazioni, l’incertezza, insieme al paziente lo organizza in nuovi significati, partendo da un posizionamento che fa del non sapere lo stimolo per incuriosirsi e interrogare, per costruire insieme.

Interessante il rapporto natura/cultura che in maniera circolare organizza la narrazione. I codici che vengono ipotizzati strutturano flashback e momenti di sospensione, proposte interpretative che portano Jimmy a interrogarsi e a conoscersi sempre più. L’alterità fa da protagonista, ma anche la similitudine del sentire e delle azioni quotidiane che accomunano i due uomini.

L’oggettività è abbandonata a favore del coinvolgimento, il senso comune superato a favore di nuove interpretazioni. Interessante come siano le piccole cose apparentemente insignificanti a costituire materia di conversazione, particolari e sfumature che diventano più importanti delle macro narrazioni. Interessante anche che la narrazione non si saturi mai: usciamo dal cinema non sapendo la storia di Jimmy ma considerandolo un amico con cui siamo in un rapporto di confidenza.

Personalmente ho letto nel film una riflessione generalizzata sulla difficoltà a vivere - tematica cara al regista - ma anche una critica all’occidentalizzazione delle cure rispetto alla salute mentale: semplicistiche e omologate al ribasso. Cure organizzate da stereotipi e pregiudizi, il più potente dei quali sostiene che i sintomi sono segni di malattia anziché l’improrogabile necessità della psiche di trovare la propria voce.

Un film sull’apertura all’altro, senza tentare di ridurlo agli schemi occidentali propri, un film sulla curiosità delle culture e sull’affettività degli incontri. Un film che mi è piaciuto tantissimo e che consiglio vivamente!

ECCO IL TRAILER:

Un film di Arnaud Desplechin. Con Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee, Larry Pine, Joseph Cross. - Drammatico, durata 114 min. - USA 2013. - Bim uscita giovedì 20 marzo 2014