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Disastro in Sanità, Censis: costi elevati e tempi di attesa, i cittadini rinunciano alle cure

Sanità

Dai dati che emergono dal bilancio di sostenibilità del welfare italiano, redatto dal Censis, e da ulteriori dati che provengono da ricerche commissionate dal forum Ania-Consumatori, le esasperanti lunghezze delle liste di attesa che un cittadino deve affrontare, quasi ogni volta che ha bisogno di una prestazione sanitaria, portano il 42% dei pazienti italiani a rinunciare.

Ciò che accade è che il cittadino che ha bisogno di eseguire un intervento di protesi all’anca, ad esempio, deve affrontare una lista di attesa di circa nove mesi.

Quando poi si rivolge al privato scopre che i costi complessivi dell’intervento sono insostenibili ed allora il paziente rinuncia all’intervento, fino a che può.

Negli ultimi anni, vari studi sulle liste di attesa nelle varie specialità medico chirurgiche, hanno concordato che le maggiori criticità si trovano in alcune branche specialistiche quali l’oculistica, la neurologica, l’ortopedia e in alcuni esami come MOC, TAC e mammografie, oltre che nelle fasi post intervento (ad es.: interventi per protesi d'anca).

Un quadro che è certamente più critico, soprattutto perché il ritardo può essere fatale per i pazienti è quello relativo alla patologia oncologica, dove a tutti i livelli, dal percorso diagnostico, all’accesso alla chirurgia o chemioterapia o radioterapia, esiste un costante problema dei tempi di attesa.

A fronte di questi dati disarmanti a dir poco, si pone il dato che un cittadino italiano, spende una media di 500 euro l’anno per la salute.
A ciò si aggiunge il fenomeno delle cosiddette prestazioni in nero, fenomeno presente anche nella sanità.

Dai dati del Censis emerge che l’anno passato quasi il 22% dei pazienti ha effettuato visite o prestazioni sanitarie private senza ricevere alcuna fattura, una situazione che presenta le sua punte percentuali negative più alte nel Sud.

Pier Ugo Andreini, Presidente Forum Ania-Consumatori, ha spiegato che “le indagini fatte dimostrano che il sistema attuale di welfare è inadeguato alle reali esigenze dei cittadini. Ne è un chiaro esempio il fatto che gli italiani pagano di tasca propria le spese sanitarie in misura doppia rispetto ai francesi e agli inglesi”.

Giuseppe De Rita, Presidente Censis, ha da parte sua aggiunto che “il welfare italiano sta cambiando e che le famiglie rispondono con processi di adattamento che includono una forte esposizione finanziaria, ma anche con fenomeni di rinuncia alle prestazioni. Questo cambio del welfare è problematico se non ci saranno grandi riforme. Ciò di cui c’è bisogno è che la famiglia ritrovi quella percezione di fiducia essenziale per fare sviluppo”.

La risposta del governo è stata l’emanazione del Piano nazionale per il contenimento dei tempi d’attesa, del 2006, una sorta di vademecum per le Regioni sul tema del contenimento delle liste d’attesa.

La Cisl, in un documento di analisi del fenomeno dei tempi di attesa e delle risposte del governo ha spiegato che lo sviluppo dei CUP sanitari regionali ha migliorato in parte l’organizzazione delle visite e l’informazione per i cittadini, ma non ha avuto quel miglioramento sostanziale sui tempi di erogazione e sui numeri delle prestazioni che ci si poteva attendere.

Rimane quindi un lungo cammino da percorrere se si vogliono dare risposte ai bisogni di salute dei cittadini.

Resta, a mio dire, da sciogliere anche una specie di nodo gordiano che si è formato negli ultimi decenni, quello della commistione, inquietante, fra sanità pubblica e sanità privata, nodo che a mio modesto parere, potrà essere sciolto solo quando verrà deciso che le risorse vanno esclusivamente a rinforzare il servizio pubblico, magari pagando adeguati stipendi a gli operatori della sanità, finanziando le strutture e lasciando alle strutture privare il mercato libero, quello fatto cioè con soldi che non provengano dalle tasche, come sempre, dei cittadini che così pagano due volte il servizio.

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