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La tossicodipendenza costa al cittadino italiano 715 euro l'anno

Tossicodipendenza in Italia

Nel corso di uno degli incontri del We Free Days, tenutesi presso la comunità di San Patrignano, sono stati presentati dati sul costo derivante dall’uso delle droghe in Italia.

Si parla di un costo che rappresenta una percentuale del PIL italiano fra l’1,8% ed il 2.5%, o che tradotto in termini individuali per ogni cittadino italiano, di 715 euro l’anno.

Gli incontri We Free Days, si svolgono sulla presentazione del modello di intervento chiamato Drug Free, ossia il trattamento in situazione di astinenza (drug-free), che prevede l’applicazione di tecniche psicosociali ed educative per conseguire un’astinenza a lungo termine dagli stupefacenti.

Immagino, non avendo ancora letto gli atti del convegno, che quando si parla di droghe, si parla di tutte le droghe, ossia dall’eroina alla cocaina, dalla marijuana alle droghe sintetiche.

Nell’incontro si è sottolineato che nel nostro Paese le rette di rimborso che lo Stato paga per l’ospitalità che viene data al soggetto tossicodipendente, oscillano tra i 37 euro al giorno, come accade ad esempio nel Lazio, fino a 150 euro giornalieri di retta.

Quindi secondo gli esperti convenuti a San Patrignano, gli investimenti fatti dallo Stato, che si tradurrebbero in un ritorno economico rilevante per la società, sembrano essere insufficienti o perlomeno inefficaci.

Gli organizzatori hanno chiarito che la droga presenta quindi un costo economico e sociale per il Paese e si non può restare inermi di fronte a questi fenomeni.

Nel suo intervento a San Patrignano, Cosimo Mario Ferri, sottosegretario alla Giustizia dopo aver sottolineato che la droga costa allo Stato più di un miliardo di euro l’anno, tra l’attività delle forze di polizia, i costi per i procedimenti giudiziari e quelli della detenzione carceraria, ha spiegato che “Lo Stato non può permettersi, sia dal punto di vista umano e sociale, ma anche in termini di competitività, uno spreco di vite, un deperimento di risorse umane comportato dall'uso di droghe. L'investimento nell'azione di recupero, di prevenzione e di informazione è quindi essenziale ed importante anche per diminuire i costi economici”.

Ferri a poi aggiunto che bisogna abbandonare la visione carcerocentrica, che serve solo ad intasare le carceri e non produce alcun effetto sul recupero dei tossico dipendenti, come dimostrano i dati del governo che parlano, secondo Ferri, “di un tasso di recidiva di coloro che hanno accesso a misure alternative, estremamente basso, circa il 18%, rispetto ad un 68% di recidiva di coloro che non vi hanno avuto accesso, e fornendoci quindi la riprova della bontà di tale soluzione".

Ferri ha poi concluso dicendo che “la questione della punibilità, qualunque cosa si pensi in merito, va contemperata comunque con l'efficacia della repressione penale, con i costi che si sopportano nell'azione di repressione”.

Il dibattito sulla punibilità e sulla liberalizzazione di alcune droghe continua ad essere una questione non risolta.

Reprimere o non punire rimane un dubbio che ancora esiste.

Senza voler citare esempi come quello dell’Uruguay e del suo presidente, o della California ed altri stati americani, ricordo che nel 2009 venne costituita nelle Nazioni Unite una Commissione Globale sulle politiche delle droghe.

Era una commissione di cui facevano parte prestigiosi personaggi fra cui Kofi Annan ex segretario generale dell’ONU, Javier Solana, ex Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera e la Sicurezza Comune, Mario Vargas Llosa, scrittore e intellettuale, Perù, Michel Kazatchkine, direttore esecutivo del Fondo Mondiale per la Lotta contro l’AIDS, la Tubercolosi e la Malaria, che nel 2011 pubblicarono un rapporto che venne presentato alle Nazioni Unite.

Il rapporto aveva inizio con l’affermazione che la guerra globale alla droga era fallita, e che cinquant’anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, fossero ormai urgenti e necessarie, una serie di riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali.

Diceva poi che bisognava porre termine alla criminalizzazione, l’emarginazione e la stigmatizzazione delle persone che fanno uso di droghe, ma che non fanno alcun male agli altri.

Bisognava invece iniziare a combattere e sfidare i luoghi comuni sbagliati, circa i mercati della droga, l’uso di droga e la tossicodipendenza, invece di rafforzarli.

Era necessario, secondo la Commissione, incoraggiare i governi a sperimentare modelli di regolamentazione giuridica della droga per minare il potere del crimine organizzato e salvaguardare la salute e la sicurezza dei loro cittadini.

La commissione aggiungeva che questa raccomandazione valeva soprattutto per la cannabis, ma incoraggiava anche altri esperimenti di depenalizzazione e regolamentazione legale, che possano raggiungere questi obiettivi e fornire modelli per altri.

In conclusione la Commissione, visto che le apparenti vittorie dell’eliminazione di una fonte o di una organizzazione venivano negate, quasi istantaneamente, con l’emergere di altre fonti e trafficanti, richiamava i governi a rompere il tabù sul dibattito intorno alle droghe, ed a dare inizio alle e riforme.

Un messaggio forte che non sembra aver ancora i giusti ascoltatori.

Il documento è facilmente reperibile e tradotto sul sito del Nonviolent Radical Party, Transnational Transparty.

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