Credere che sesso e amore coincidano

amore, passione, sesso“Nel risolvere il nostro bisogno di amare, non sempre riusciamo a risolvere il nostro bisogno di desiderare”, scrive Alain De Botton (questo aspetto lo abbiamo preso in considerazione nel paragrafo dei diversi tipi di attaccamento, capitolo cinque).Il desiderio si nutre della mancanza come tendono a pensare molti uomini che scrivono sull’argomento?

Credo che anche in questo caso possiamo fare una distinzione rispetto al tipo di attaccamento che si è sperimentato da piccoli. Chi pensa che amare sia difficile e pericoloso (attaccamento insicuro e disorganizzato) risponderebbe di si, l’amore è pura proiezione; mentre chi è molto comodo con se stesso e non necessita di difendersi (attaccamento sicuro) si mostra più capace di riconoscere la presenza dell’altro e risponderebbe che eros è connessione e legame, che il desiderio non è incommensurabile con l’attaccamento e che l’altro da sé è in carne ed ossa.

E’ difficile stabilire quali regole muovano il desiderio. Molti sostengono che l’esperienza erotica sia data dalla sottrazione per cui ci debba essere una buona presenza inconscia per continuare a desiderare. Alcune persone godono di quello che hanno ma non lo desiderano più: “Finché l’altro riesce a mantenere una dimensione segreta finché riesce a non farsi scoprire, nel senso letterale delle vesti e nel senso metaforico della propria interiorità – sostiene Galimberti – il desiderio perdura”. Questo può permanere anche in una coppia in cui i due non si dicano tutto e mantengono sempre uno spazio segreto per sé.

Non credo affatto che Galimberti riproponga la convinzione delle nostre nonne che se si fa l’amore con un uomo questo poi scappa in quanto non più interessato. Credo che il discorso abbia a che fare col pieno e col vuoto della relazione[1]. Vuoto non significa “nulla” ma non condividere tutto con l’altro, tenersi alcune istanze per sé, confrontarsi con l’altro sulla base della differenza[2].

Certo il possesso che molti uomini cercano impedisce al mistero di vivere e l’altro viene saturato troppo celermente, diventando assolutamente prevedibile (pensiamo alla situazione in cui un uomo mette incinta una donna come tentativo di tenerla con sé e al rischio, in questo caso, di non recuperare il mistero della donna dopo il parto e relegarla al ruolo di madre, prevedibile, investendo solo sul figlio ogni progettualità comune). Cosi la protezione, la sicurezza di cui abbisognano spesso le donne rischiano di far diventare il partner un padre, il padre, quello dell’ infanzia. Dov’è il mistero in questo caso?

 “L’eccitazione è legata all’incertezza, alla volontà di abbracciare l’ignoto piuttosto che all’ansia di difendersene… Di fronte all’irrefutabile alterità dei nostri partner, possiamo rispondere con paura o curiosità. Possiamo cercare di ridurli a entità riconoscibili, o possiamo accettare il loro mistero persistente. Quando resistiamo all’impulso del controllo, quando ci manteniamo aperti, conserviamo la possibilità della scoperta. L’erotismo risiede in quell’ambiguo discrimine tra ansia e attrazione. L’interesse verso l’altro rimane vivo, il partner ci delizia e ci attira.

Ma per molti, rinunciare all’illusione della stabilità e accettare la realtà della nostra fondamentale insicurezza si mostra un passo difficile da affrontare.(pag 38-9)” scrive Esther Perel che separa nettamente amore e desiderio all’interno della stessa coppia, come due forze armoniche eppure in conflitto, in continua fluttuazione e sempre in cerca del punto di equilibrio. Unione e separatezza sono ambedue premesse necessarie del legame e possono essere coltivate ambedue. Non posso a questo proposito non citare Proust, che dice “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

Le forme dell’addio, effetti collaterali dell’amore, Castelvecchi Roma 2007

Sfoglia La posta del cuore, ha cura di Umberta Telfener
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I PREGIUDIZI DELL'AMORE:

Credere che l’amore salvi la vita

Credere che l'amore sia "per sempre"

Credere che amore sia esclusivamente passione

Credere che amore sia fusione

Credere che l’amore si automantenga indelebilmente

Credere che ogni amore debba finire ineluttabilmente

Credere che esista una sola forma di rapporto, quello monogamico

Credere che l’abbandono subito sia una tragedia e uno smacco personale

Credere che le relazioni debbono andare male per aver diritto ad andarsene

Credere che sesso e amore coincidano

Credere che l’amore sia ordine, certezza e armonia

Avere in amore il mito della spontaneità

Avere il mito della spontaneità anche nel sesso

Credere che le donne dopo i cinquanta siano sentimentalmente da buttare via

Credere che se qualcosa va male nel rapporto è solo colpa dell’altro

Pensare che gli amori infelici “valgono di più”


[1] C’è un discorso di genere, i lettori maschi mi perdonino. Dalla mia esperienza, gli uomini, a differenza delle donne, non si sono mai dovuti conquistare il potere, non hanno dovuto lottare per la parità, non si sono dovuti fare spazio, non hanno mai fatto i conti con il vuoto. Le donne si trovano a loro agio con l’esperienza del vuoto, il femminile è in contatto con il vuoto, con ciò che non si vede (la vagina non è un buco, un niente, una mancanza ma un utero capace di contenere un figlio e farlo crescere), mentre i maschi hanno un fallo che è visibile, esterno e oggettivabile e ambiscono al vuoto (il femminile è pauroso e contemporaneamente desiderato, il sogno di tornare nell’oceano tutto del ventre materno). Le donne sembrano più capaci di coniugare la complementarietà tra pieno e vuoto mentre i maschi ambiscono al vuoto e contemporaneamente lo saturano velocemente - come se li terrorizzasse - riducendolo a pieno, che è loro caratteristica. “Facile è vedere il vuoto del vaso, difficile è ammettere che tale vuoto costituisce il vaso al pari del pieno” sostiene il taoismo. Il vuoto è collegato al sogno, all’aumento della quota onirica, all’ignoto, al non sapere e non controllare; il pieno ha a che fare col riempire, con la necessità di mostrarsi centrato e individuato, col potere. Ci si innamora di un vuoto ma a volte lo si satura per paura, per banalità, perché si dà l’altro per scontato e non si prova più curiosità verso il diverso, che è stato ridotto all’uguale. E poi una cosa è il vuoto, pura proiezione, lo schermo bianco su cui proiettare se stessi, altra cosa è la separatezza che implica sapere di avere a che fare con un altro da noi, di convivere con la differenza senza neutralizzare la complessità dell’altro.

 
[2]