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Credere che amore sia fusione

 amore“I due saranno una sola carne” dice il Vangelo, proponendo un rapporto fusivo in cui si diventa uno (nell’immaginario cattolico poi l’uomo comanda e la donna segue - “non è bene che l’uomo sia solo” è scritto nella Bibbia). La fusione è un modello di coppia perseguito ancora da molti, anche se non necessariamente verbalizzato esplicitamente. Quante persone hanno l’idea di dover essere sempre in collegamento sia fisico che mentale, che la complicità sia un prerequisito anziché un miracolo che a volte accade.

Certamente la fusione è endemica nella fase dell’innamoramento, in cui si vibra insieme e ci si trova sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, poi diminuisce “naturalmente” perché fusione e amore non sono sinonimi.

Stiamo descrivendo un mito soprattutto maschile (il ritorno al ventre materno)[1], comunque un desiderio regressivo di uomini e donne, l’aspirazione all’annullamento, la speranza di tornare ad essere accuditi da una grande madre dalle braccia ampie, che ci avvolga tutti. In realtà quando l’intimità diventa fusione l’eccesso di vicinanza impedisce il desiderio, si diventa cuccioli di una stessa cucciolata, fratelli siamesi di una famiglia in cui si deve obbedire a regole già scritte.

L’abbandono è a volte figlio della fusione, emerge dalla stessa ottica che vede la fusione come necessaria e inevitabile. La simbiosi è un sintomo e noi psicologi consideriamo le famiglie invischiate - quelle in cui uno starnutisce e tutti si soffiano il naso - come famiglie in cui lo svincolo dei figli è molto difficile.

C’è un’alta possibilità che emergano dei sintomi e la difficoltà a svincolarsi rende quasi impossibile formare una coppia propria, individuata e con regole nuove. Solo la capacità di affrontare un reale distacco dalla famiglia d’origine e la capacità di considerarsi differenti uno dall’altro permettono di riconoscere e accettare la dimensione reale del partner.

L’intersoggettività si fonda su null’altro che sulla reciproca esistenza che non ha neppure limiti spazio temporali: i due restano distinti uno dall’altro in modo da consentirsi di esprimersi in tutta la chiarezza di sensazioni, affetti e pensieri. 

Le forme dell’addio, effetti collaterali dell’amore, Castelvecchi Roma 2007

Sfoglia La posta del cuore, ha cura di Umberta Telfener
 
 
I PREGIUDIZI DELL'AMORE:
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Credere che l’amore salvi la vita

Credere che l'amore sia "per sempre"

Credere che amore sia esclusivamente passione

Credere che amore sia fusione

Credere che l’amore si automantenga indelebilmente

Credere che ogni amore debba finire ineluttabilmente

Credere che esista una sola forma di rapporto, quello monogamico

Credere che l’abbandono subito sia una tragedia e uno smacco personale

Credere che le relazioni debbono andare male per aver diritto ad andarsene

Credere che sesso e amore coincidano

Credere che l’amore sia ordine, certezza e armonia

Avere in amore il mito della spontaneità

Avere il mito della spontaneità anche nel sesso

Credere che le donne dopo i cinquanta siano sentimentalmente da buttare via

Credere che se qualcosa va male nel rapporto è solo colpa dell’altro

Pensare che gli amori infelici “valgono di più”


[1] Il desiderio di assoluto potrebbe essere descritto come il tentativo dei maschi di partecipare al ciclo della natura (dove le donne trionfano attraverso la generatività), un tentativo di rientrare nel tutto cosmico come quando erano nel grembo della madre, di percepire l’assoluto attraverso la fusionalità e la perfezione idealizzata. Il femminile materno tende infatti verso l’indifferenziato e immette in un territorio confuso, fusionale appunto, in cui non c’è differenza tra mio e non mio. Prendiamo le gelosie retrospettive, potremmo considerarle come il fastidio di dover fare i conti con l’assoluto, danneggiati da ciò che pre-esisteva. (Il mito della verginità, un tempo aveva un grosso significato filogenetico, ora resiste solo come tentativo di mantenere il controllo sulla femmina e proporsi come unici, preferiti e perfetti)

 

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