Il marzapane

Il Marzapane

Una golosità per i bambini dicono. Ma per favore... E per gli adulti no?
Come non apprezzare e desiderare quel sapore dolce, quella morbidezza sublime, quel sciogliersi in bocca ed espandersi in un tripudio di profumi e sapori esaltanti?

Il marzapane... in fondo mica ci dobbiamo sentire infantili o inadeguati se lo adoriamo. Basti pensare che sia gli Etruschi che i Romani offrivano dolci di mandorle agli Dei.

Una cosa divina quindi per cui nessuna vergogna ad esserne estimatori.

Ma cosa vuol dire marzapane? Pane di marzo? Una derivazione da “mangia pane” dove “mangia” é diventato marza?Oppure “marza con il pane” (marcia)? Oppure la mandorla si chiamava marza e quindi vuol dire “pane di mandorle”? Nulla di tutto questo.

Il “marzaban”, che é termine Arabo, era l’unità di misura di capacità sottomultiplo del “moggio”.

Come per l'anfora, la giara e la botte, anche questa unità di misura era rappresentata da uno specifico contenitore con misure precise e capace di contenere una prefissata quantità di prodotti.

Si trattava di una scatola di legno molto leggero, diciamo come un foglio sottile di legno compensato, dotata di un coperchio.

Per curiosità dirò che veniva utilizzata anche per contenere lettere o documenti segreti (da qui l’uso del modo di dire “aprire il marzapane” che significa “svelare un segreto”).

Ma il suo uso primario fu quello adottato per spedire dei dolcetti di pasta di mandorle realizzati a Cipro in varie parti del Mondo allora conosciuto.

La lunghezza dei viaggi faceva sì che la pasta prendesse la forma della scatola ma non solo, col tempo ne prese appunto anche il nome.

Furono i pasticcieri veneziani che idearono la lavorazione del marzapane per farne piccole sculture, talvolta veri e propri capolavori e da Venezia l’uso si diffuse in tutta Italia stanziandosi però in Sicilia.

Infatti le figure rimaste note ed ancora oggi create sono solo due: le pecorelle di Pasqua e la celeberrima Frutta di Martorana.

Quest’ultima nacque a Palermo, nel Convento fatto costruire accanto ad una chiesa da Giorgio d’Antiochia, nel 1143.

Il nome del Convento era in onore di una nobildonna siciliana, Eloisa Martorana che finanziò la costruzione di un monastero benedettino accanto al convento ed alla chiesa.

Si narra che Ruggero II, Re di Sicilia, aveva programmato una visita al Convento di monache ma che a causa di tanti impegni riuscì ad andarci in pieno inverno invece che in estate come aveva annunciato.

Le suorine erano disperate... cosa avrebbero potuto offrire al re se non la povera minestra che era il loro unico cibo? Fosse stata estate avrebbero potuto imbandire la tavola con i frutti e gli ortaggi meravigliosi dell’orto ma in inverno....

Così una di loro, rimasta anonima, ebbe un’idea: creare con la pasta di marzapane (con cui esse producevano dolcetti) dei frutti e degli ortaggi “finti”. Nacquero così questi piccoli capolavori di creatività pasticciera con l’utilizzo di pasta di marzapane, gomma arabica e tinte vegetali (rose, zafferano, pistacchi ecc).

Ecco perché la Frutta di Martorana si chiama anche Pasta reale... perché venne creata per il Re.

Le pecorelle di Pasqua nacquero invece dopo la Frutta di Martorana.

Ma adesso la storia di questi piccoli capolavori si fa triste.

Il successo della frutta fu enorme e la Corporazione Siciliana dei Confettieri, allettata dai guadagni elevati che se ne sarebbero potuti ricavare, voleva il monopolio di questa frutta così... fruttuosa.

Curiosamente, nel 1575, il Sinodo diocesiano di Mazara del Vallo proibì alle monache di preparare la frutta portando a motivazione che “la preparazione della stessa arrecava disdicevole distrazione al doveroso raccoglimento religioso”.

La Frutta di Martorana cambiò produttori.

Ma su questa parte della storia meglio stendere un velo. Giusto?

Alziamolo invece sulla -Ricetta del marzapane- per i curiosi, i fantasiosi e per tutti quelli che desiderano provare, sperimentare e creare.

Margherita Maria Caruso Galanti

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