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Shakespeare a Roma

Qualcuno ha detto: ”Shakespeare è come il purè di patate: non ce n’è mai abbastanza”. Il paragone irriverente e, per così dire, corporale, non scandalizzi: a “lui”, che cantò come nessun altro il mondo sottile dei sogni e dei sentimenti, ma anche la caducità della materia carnale che può al tempo stesso ferire e lusingare, probabilmente non sarebbe dispiaciuto.

Così, non stupisce che il cinema continui ad ispirarsi al Poeta di Stratford-on- Avon, che i giornali rinnovino periodicamente l’offerta di tutte le sue opere in allegato, che registi e attori non aspirino ad altro che a cimentarsi con i suoi testi. Tra le messe in scena e le rivisitazioni scespiriane, ci è capitato di assistere a quella firmata da Stefano M. Palmitessa e Pino Tossici, che ne è anche protagonista, in un teatrino “off off” – il Teatro Studio Keiros – che si segnala per la qualità del suo cartellone.

L’opera prescelta è quel Titus Andronicus già trasposto sugli schermi da Julie Taymor qualche anno fa, con attori come Anthony Hopkins e Jessica Lange. Si tratta di una storia cupa e cruenta, imperniata sulla vendetta, e che vede protagonisti appunto Titus, generale del tardo impero romano, Tamora, crudele regina dei Goti e il di lei amante Aronne.

Il duo di Autori, che fin dal titolo – Il tabulè di Tito – anticipa il tragico esito della vicenda, affronta la sfida del testo, riuscendo nell’ammirevole equidistanza fra la riproposizione scolastica e l’originalità a tutti i costi. Anche in questa libera interpretazione, come nel citato film della Taymor o nel Riccardo III di Richard Loncraine, protagonista un luciferino Ian McKellen, si gioca col tempo, ma non già per trasferire l’azione in un differente e ben individuato periodo storico, bensì per sottrarla ad ogni caratterizzazione temporale.

E’ vero: non mancano segnali provenienti da questo o quel periodo; ad esempio, il protagonista indossa il basco e porta il revolver alla cintola come un comandante castrista. Oppure: il trucco dipinge sui volti degli attori maschere ispirate alle tele degli avanguardisti russi del primo Novecento; tuttavia, lo spettatore si trova sospeso in uno spazio atemporale, in preda a un gioco feroce, dove non sono previste poste in palio, neppure il Potere, bottino e premio che illusero Macbeth e le figlie di Re Lear.

Qui il motore di ogni azione e reazione è la vendetta, da cui scaturisce un crescendo di odio, di ferocia sadica, di sangue (quel sangue simboleggiato dai guanti rossi dei personaggi “cattivi”, in contrapposizione al bianco dei guanti indossati dalle vittime innocenti, prima fra tutte Marzia, figlia della regina).

E se la cifra recitativa dell’interprete di Aronne sembra essere quella della nobile tradizione dei saltimbanchi e il registro a cui si ispira la Marzia del Tabulè lascia intravedere ascendenze da commedia dell’arte, l’interpretazione di Pino Tossici appare polifonica, liberando, sotto la maschera dipinta, ora il ghigno, ora il sussurro, ora un lampo di follia nello sguardo, qua e là facendo balenare una repentina resipiscenza, per poi sprofondare nel gorgo della più belluina ferocia elementare. Se proprio si vuol muovere un appunto (un margine di miglioramento?), lo si può ravvisare nell’inadeguato accompagnamento del corpo, meno disposto ad armonizzarsi con le atmosfere tra il torvo e il grottesco della generale chiave di lettura.

Come già nell’originale scespiriano, la catena di vendette genera una violenza che trasfigura e degrada perfino l’amore genitoriale e attinge al fondo più buio e recondito dell’animo umano. Questa è la condanna decretata per i mortali, specie quando – come il vittorioso Tito – sono all’apice della fortuna: tocca alla regina Tamora, che accusa Tito di aver provocato la morte del figlio e se ne vendica facendo scempio della di lui figlia; toccherà a Tito l’orrenda risposta – che fu già del mitico Atreo – consistente nel macabro inganno di servire alla mensa di una finta riconciliazione il corpo della giovane Marzia, figlia di Tamora e di Aronne, dopo averlo macellato e ridotto a manicaretto (il tabulè del titolo).

Se allora questo è un gioco – truculento e fatale – l’unico modo per vincere, sembrano suggerire gli Autori, consiste nel non giocare.

Giuseppe Del Ninno


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