Sei qui: Home Spettacolo Eventi I ragazzi del rugby che dissero “no” a Videla: in “Mar Del Plata” la libertà irrinunciabile

I ragazzi del rugby che dissero “no” a Videla: in “Mar Del Plata” la libertà irrinunciabile



Mar Del Plata

Buenos Aires, 1978: a mettersi di traverso al regime i ragazzi del La Plata Rugby non ci pensavano proprio. Le loro vite di sportivi forzuti e spensierati si dividevano tra la palla ovale, il lavoro e le ragazze: al resto non badavano troppo.

Finché il più giovane della squadra, 17 anni, viene ucciso in circostanze misteriose, ma nemmeno troppo. Da qui comincia l'angosciante percorso che metterà ognuno di loro di fronte a immense prove e responsabilità e li renderà loro malgrado martiri della libertà.

Il testo firmato da Claudio Fava e diretto da Giuseppe Marini, in scena al teatro Vittoria di Roma dal 3 al 13 novembre 2016, racconta una storia vera ambientata nell'Argentina della dittatura dei militari, alla fine degli anni ’70, dove pensare e agire fuori dal coro era un peccato imperdonabile. Così i giocatori, che scelgono comunque di arrivare fino alla fine del campionato, cadono uno dopo l'altro per mano del despota Videla, preferendo la tortura alla negazione della verità e della giustizia.

“Si moriva a Buenos Aires come a Catania”, spiega Fava, “lo spettacolo narra di quei morti attraverso le parole dei vivi, le madri di Plaza de Mayo, le vedove di via d’Amelio. Vittime e carnefici portano più della propria storia e della propria fine. Poco importa che quei ragazzi fossero argentini o siciliani. Importa come vissero. E come seppero dire di no”.

Un testo e una rappresentazione mai macchinosa o retorica, dove nessuna parola è di troppo e anzi sono proprio poche battute fulminanti e nettissime a restituire un contesto politico, storico e sociale, più illuminante di mille premesse. Come quando i due emissari del regime, ragazzi in tutto e per tutto uguali ai giovani che vanno a pestare e assassinare, dichiarano senza giri di parole e smottamenti di coscienza che quello che facevano era “proprio un lavoro terribile, ma se non lo facessimo noi...In fondo è meglio appendere la gente che ritrovarsi al loro posto”, o quando il meschino colonnello incaricato di stare alle calcagna della squadra inveisce contro gli “oppositori” - anche se per essere definiti tali bastava davvero poco – gridando “Comunisti, sindacalisti, studenti, magistrati: pensavate davvero che saremmo stati a guardare mentre voi fottevate il Paese?”

Raul Barandiaran è l’unico sopravvissuto a quella tragedia, ancora oggi testimone vivente della squadra che decise di correre contro la violenza e l’oppressione, perché il rugby è un nobile sport dove “una volta sceso in campo non puoi fuggire o nasconderti, devi batterti con coraggio, lealtà e altruismo”.


left Siamo un' associazione no profit che si propone di tutelare la salute della donna. Forniamo gratuitamente consulenza telefonica e via email su qualsiasi problema di salute femminile. Siamo all'interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma nell'edificio più noto come Buon Pastore del Comune di Roma

Socials Bottom

Iscriviti alla Newsletter