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Al teatro Argentina di Roma, “Tante facce nella memoria”



teatro Argentina di Roma, “Tante facce nella memoria”

Al teatro Argentina di Roma, “Tante facce nella memoria”, dal 15 al 20 marzo 2016. Drammaturgia a cura di Mia Benedetta e Francesca Comencini, regia di Francesca Comencini

Sono donne diverse tra loro per convinzioni, estrazione sociale, quotidianità. Tutte e sei vivono nella Roma occupata dai nazisti, negli anni più duri che la città abbia mai affrontato. Quando un giorno improvvisamente sono accomunate loro malgrado da una tragedia che diverrà la linea di demarcazione delle loro esistenze.

Quel 24 marzo del '44 infatti fu il giorno in cui dissero addio a un uomo amato, che per loro significava tutto. Chi perse il giovane marito appena sposato, chi il padre, chi tutti i maschi della famiglia. Nella pièce teatrale “Tante facce nella memoria”, l'eccidio delle Fosse Ardeatine ci viene per la prima volta presentato in una nuova prospettiva: non ritraendo chi erano le vittime uccise, ma piuttosto facendo parlare coloro cui la strage sottrasse un pezzo, lasciandole a fronteggiare sia il dolore della perdita sia privazioni materiali al limite della sopravvivenza.

Tratte dal libro dello storico Alessandro Portelli “L'ordine è già stato scritto”, regia di Francesca Comencini, queste testimonianze orali rievocano, con un equilibrio perfetto tra narrazione e interesse storico, le ore che precedettero l'attentato di via Rasella e quelle subito successive, quando i tedeschi misero in atto la rappresaglia che portò alla morte di 335 civili italiani.

Per proseguire con il racconto dei mesi a seguire, in cui inizia una sorta di pellegrinaggio alla cava dove giacevano ammassati, tra detriti e pietre, polvere e sangue, i corpi di quegli sventurati, nella speranza di non ritrovare il cadavere del proprio caro.

Alternate come fossero montate in un film, queste parole, questi aneddoti, questi dettagli, si susseguono, aggiungendo ognuno un pezzo di realtà, di verità, senza però cedere al dramma personale, comunque presente, ma piuttosto soffermandosi sulle esperienze personali, i fatti e la storia.

Tre delle testimoni sono partigiane, in prima linea e fiere di quell'azione che costò la vita a 33 tedeschi. Un'altra è la figlia di un generale, pluripremiato durante la prima guerra mondiale ma divenuto poi antifascista. Un'altra ancora è la giovane moglie di un ragazzo di 29 anni, sposato poche settimane prima, mentre non troverà mai pace chi il padre non lo conobbe affatto, fucilato quando lei aveva appena tre mesi. E sono le loro voci, dall'eroina della Resistenza, all'anonima cittadina romana, a ripercorrere quelle giornate.

“Perché di quei morti non si poteva parlare” ricorda una di loro “subito ti rispondevano 'la colpa è di quelli che la bomba l'hanno messa'”, oppure quella che non trovando pace implora “Ma papà, ma non te la potevi mettere quella camicia nera e andare a sentire quelle quattro fregnacce a piazza Venezia? Avevi 4 figlie piccole” o ancora i dubbi di coscienza di chi la Resistenza l'ha fatta armi in pugno, consapevole di ciò che voleva “ma pur sempre si trattava di uccidere un uomo e non c'è la facevo”.

Così dopo mesi di ricerche angosciose, vengono fuori lentamente i nomi di quei brandelli umani, e tutte loro trovano risorse inaudite, forza e dignità, nonostante la ferita mai sopita, la condizione di essere “orfani vecchi”, di vivere “un lutto sbiancato” dalla lunga attesa, di scegliere di non risposarsi mai perché “glielo avevo detto”. Tutte d'accordo nel ripetere: “Non è vero che a Roma si sapesse della Rappresaglia, così come non è vero che i tedeschi affissero cartelli in cui invitavano i responsabili a presentarsi. Quei cartelli li misero solo dopo la strage alle Argentine”.

“Ho voluto per una volta prendere in prestito il teatro - spiega la regista - per dare gambe a parole che devono continuare a camminare, anzi correre, dentro la memoria di tutte noi. Ma attenzione: non si tratta di una commemorazione, la memoria non è nostalgia, è eredità”.


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