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"12 anni schiavo", il buco nero dell'umanità



12 anni schiavo

E’ sugli schermi italiani il pluri – nominato agli Oscar film di Steve McQueen, 12 anni schiavo. Da quando Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti, il mondo del cinema si è mobilitato a favore di una storicizzazione esatta e di una visibilità maggiore del tema della schiavitù consumata per diversi secoli e non ancora del tutto scomparsa (la discriminazione, almeno).

Film come Django unchained, Llincoln e, adesso, 12 anni schiavo hanno il chiaro intento di rendere accessibile al grande pubblico le informazioni per troppo tempo tenute nel cassetto della memoria e della vergogna.

E’ utile, soprattutto per noi europei, comprendere come lo schiavismo non sia stato un problema esclusivamente americano, ma che ci riguarda da vicino, essendo tutto cominciato nel vecchio continente. Questo approccio è chiaramente avvertibile nell’opera di Steve McqQueen, un inglese di colore, sia nello stile sia dal punto di vista adottato per guardare a schiavi e schiavisti.

La vicenda parte da una storia vera: nel 1840 Solomon Northup (un bravissimo Chiwetel Ejiofor), un cittadino di colore del New England, musicista benestante con moglie e due figli, viene rapito per lucro e spedito a lavorare come schiavo nelle piantagioni del sud.

Da uomo libero, egli dunque si ritrova schiavo con un nuovo nome, Blat, niente documenti, e il pericolo di essere scoperto istruito condizione sufficiente per renderlo un uomo morto.

Blat passa di mano in mano, da un proprietario all’altro, sempre più scendendo nell’abisso della disperazione, senza via di uscita ed in balia di uomini sempre più sadici e corrotti.

Dodici lunghi anni dovranno passare prima di poter comunicare con la sua famiglia e amici e dunque essere liberato, non senza difficoltà, e restituito alla sua vita di prima.

Durante questi dodici anni, Solomon sperimenterà l’abiezione e la crudeltà sprigionati dall’animo umano, nonché la sottomissione e l’arrendevolezza dell’uomo nero, l’impossibilità di ribellarsi, la morte come unica compagna di vita. Ed infine la rassegnazione che lo porterà a rompere il violino donatogli dal primo padrone, un uomo confuso e buono in balia dell’ambiente e dell’educazione subita.

McQueen orchestra la scena in una natura lussureggiante e ancora indomita, dove i sensi degli uomini sono preda della superstizione e del desiderio.

Lo schiavista Epps (un magnifico Michael Fassbender) incarna, per il regista, tutto il male che ha portato l’uomo nell’abisso in cui giace: la cupidigia (sfruttamento sistematico di forza lavoro a zero spese), la lussuria (sfruttamento sessuale sistematico delle schiave donne, con il loro corpo straniero e seducente da stuprare e da frustare), l’ignoranza (la Bibbia usata come una clava per giustificare i propri atti e nefasta per gli schiavi perché foriera d’ineluttabilità così come di conforto) e la bramosia (la volontà di potere tradotto in sistematico gioco sadico da consumare sui corpi degli schiavi).

Tutto questo McQueen lo esprime attraverso l’esposizione e la sofferenza dei corpi. Così come i suoi precedenti film (Shame e Hunger) è il corpo il luogo dove si combatte la battaglia per il predominio dell’anima: attraverso il sudore, la fatica, le frustate, il desiderio, la sporcizia Solomon e i suoi fratelli (e anche i loro carnefici) scrivono la storia degli Stati Uniti d’America.

Tutto il cast è ottimo.

ECCO IL TRAILER:

Un film di Steve McQueen. Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti. - Titolo originale 12 Years a Slave. Biografico, durata 134 min. - USA 2013


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