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A proposito di Davis dei fratelli Cohen



A proposito di Davis dei fratelli Cohen

Vi piacciono i film in cui non succede niente, lenti, ma in cui ogni inquadratura è un messaggio psicologico denso, in cui ogni volto racconta una storia lunga e disperata che possiamo solo intuire? Vi piace la musica folk? Allora andate a vedere A proposito di Davis dei fratelli Cohen (2013). Personalmente me lo sono goduto tantissimo.

Credo che i Cohen siano gli Edward  Hopper del cinema: come il famoso pittore americano (1882-1967) ritraggono scene della periferia statunitense solitaria e isolata. In questo caso raccontano la storia di un cantante e della sua chitarra, un cantautore che sembra amare il suo ruolo da vittima che non ne azzecca una.

Tratta male gli altri, si fa trattar male forse ingiustamente dalla donna di un amico che lo accusa di averla messa incinta, non coglie le occasioni per far soldi, rinuncia subito, si presenta al peggio e dorme su tutti i divani della città. Ha emozioni intense che lascia solo intuire, per le quali non lotta, come quando dice di sfuggita alla donna di amarla o quando si ferma per controllare se ha ferito una volpe per strada.

E’ un bel gatto fulvo, come quello che a volte cerca di afferrare quando gli sfugge o si porta appresso in braccio, per ridarlo ai legittimi proprietari; ma non riesce ad affezionarsi neppure al gatto e lo abbandona, così come non riesce a portare a termine qualcosa di positivo per sé. Prende il mondo in contropelo, non usa la sua intuizione, l’unico scrupolo è quello di rimanere duro e puro, di non scendere a compromessi mai.

E’ senza casa, senza patria e senza speranze.

Chi sa di musica aggiunge il piacere di prendere in considerazione gli esordi del folk: siamo nel 1961, proprio quando Bob Dylan negli stessi locali pieni di fumo e birra inizia a cantare testi che affrontano temi politici, sociali e letterari, sfidando le convenzioni della musica pop.

Canzoni colme di disperazione, tristezza, trionfo, di fede nel sovrannaturale, sentimenti profondi e vita reale. Forse un riferimento è alla memoria di Dave Van Ronk (“The Mayor of MacDougal Street), ma non importa, ha importanza il personaggio di  Llewin, le sue speranze e la costante mancanza di soldi, la possibilità di mettere su famiglia (scopre di avere un figlio di due anni) e la rinuncia a farlo, le relazioni liquide che instaura anche con se stesso.

Non a caso rimane sempre uguale nelle espressioni, nei gesti, nella sua solitudine, nel suo suonare a campanelli di estranei per rimediare un divano sul quale passare la nottata.

Il cantante si sposta anche a Chicago ma con poca convinzione, quasi che mettere impegno in quello che si fa significherebbe tradire se stesso e la convinzione che mi sembra lo guidi: che tutto è casuale, che la vita non ha significato altro che se si raggiunge l’unico proposito di sfondare come cantautore. Ma vuole davvero avere successo? Come spettatori pensiamo sinceramente di no e riusciamo a sorridere della improbabile ballata che canta al famoso produttore di Chicago che parla del parto della regina d’Inghilterra e del dialogo durante le doglie che la regina intrattiene col re!

Mi piace il cinema dei fratelli Cohen, lo sento pieno di pensiero e suggestioni, solidità, esperienza, denso di contenuti solamente accennati. È come se quello che è accaduto di importante noi spettatori non lo vediamo e lo possiamo solo intuire, ne subiamo le conseguenze. In questo caso si tratta della morte del compagno artistico di Llewin, che ha rinunciato a lottare e si è buttato da un ponte di New York.

ECCO IL TRAILER:

Un film di Joel Coen, Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett. - Titolo originale Inside Llewyn Davis. Drammatico


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