Ricette in bianco in farmacia già firmate e timbrate dal medico, praticamente pronte, solo da riempire con il nome del farmaco. Certo, si tratta di un bel vantaggio per il medico, il farmacista e il paziente. Meno attese negli studi medici per ottenere la “solita” ricetta, spostamenti ridotti, insomma un bel risparmio di tempo.
La cosa però non è stata gradita dalla magistratura che ha condannato un medico di famiglia e due farmacisti per falsità ideologica in certificazioni amministrative ed esercizio abusivo della professione medica.
I pazienti del medico mostravano le scatole vuote del farmaco ed i farmacisti consegnavano loro le nuove confezioni. Successivamente venivano compilate le ricette già firmate e timbrate dal medico per ottenere il rimborso dalla Asl. Si trattava prevalentemente di pazienti anziani, con malattie croniche.
La Corte d’Appello aveva condannato i tre professionisti che, ricorsi in Cassazione, si sono visti confermare la sentenza.
Il tentativo di far riconoscere alla Cassazione che la prassi utilizzata dal medico e dai farmacisti, nella sostanza, finiva per produrre gli stessi risultati della procedura corretta e stato vano.
La Corte d’Appello aveva condannato i tre dichiarando comunque la pena estinta per prescrizione. La Cassazione ha confermato la decisione ribadendo il principio della condanna basata sulla “falsità ideologica”.
Così facendo, ha spiegato la Corte, il medico compie una “falsa attestazione del compimento, da parte del medico convenzionato, della ricognizione del diritto all'assistito all'assistenza farmacologica”.
Ha poca importanza, si spiega nella sentenza 13315, che il paziente fosse affetto da patologia cronica poiché “dopo la diagnosi iniziale e la prima prescrizione farmacologica” il medico ha il compito “di attuare controlli intermedi predefiniti, prima di emettere le prescrizioni ripetute”.






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