
In questi soggetti sono presenti 47 varianti genetiche in grado di rallentare il progredire della malattia, una vera e propria barriera dunque presente nel loro patrimonio genetico.
La ricerca coordinata da Guido Poli, responsabile dell’Unità di immunopatogenesi dell’Aids all’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, è stata pubblicata sulla rivista Journal of Infectious Diseases.
Per arrivare a tale scoperta gli scienziati, finanziati dal Sesto Programma Quadro della Commissione Europea, hanno esaminato il Dna di 144 sieropositivi in cui la malattia rimaneva stabile e l’hanno confrontato con quello di 605 persone infette con malattia attiva.
Da questa ricerca è emerso che il numero maggiore delle mutazione genetiche, che controllano la patologia, si trovano nella ‘porzione di genoma in cui sono presenti i geni del cosiddetto complesso maggiore di istocompatibilità’ (MHC).
Non solo, gli scienziati hanno anche capito l’importanza della sottoclasse III, che riguarda proprio “l’immunità naturale o innata alle infezioni”.
Per andare avanti nello studio mancano i fondi, i ricercatori sperano che con la pubblicazione di tale ricerca possano arrivare anche i finanziamenti necessari per continuare.






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