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Parkinson e Alzheimer, la ricerca per una diagnosi precoce



Si apre oggi a Roma e proseguirà fino al 17 marzo la Settimana mondiale del cervello, campagna di informazione promossa dalla European Dana Alliance for the Brain, in Europa, dalla Dana Alliance for Brain negli Stati Uniti e dalla Società italiana di neurologia (Sin) in Italia.

Il presidente della Sin, Giancarlo Comi, nel presentare la settimana ha annunciato che “il grande tema della diagnosi precoce nelle malattie neurologiche come il Parkinson, la malattia di Alzheimer, la sclerosi multipla, la sclerosi laterale amiotrofica, sarà al centro delle discussioni”.

Oggi, infatti, sono disponibili numerosi dati sperimentali che ci permettono con più certezza di riconoscere in una fase pre-clinica i pazienti affetti da patologie neurodegenerative, per le quali solo un intervento terapeutico in fase iniziale potrebbe consentire di rallentarne o addirittura arrestarne la progressione.

Con il processo generale di invecchiamento e soprattutto con l’arrivo all’età anziana dei cosiddetti Baby Boom, quelli cioè nati tra il 1946 ed il 1964, si è ormai arrivati a circa un milione di persone nel nostro paese che soffrono di malattie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer.

Se da un lato non abbiamo oggi markers in grado di individuare in anticipo le prime fasi delle malattie degenerative, cosa che fa fare diagnosi solo quando esse sono ormai conclamate, dall’altro, nel caso dell’Alzheimer ci sono alcuni segnali positivi.

La ricerca mondiale sta studiando nuovi vaccini che dovrebbero essere in grado di attivare le difese immunitarie nei confronti di una proteina, la beta – amiloide che è la responsabile della morte dei neuroni e che porta, di conseguenza, all’instaurarsi della patologia.

E’ stata infatti dimostrata l’efficacia di un radio tracciante che, anche in presenza di sintomi lievi di decadimento, aiuta ad individuare l’Alzheimer.

Uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease fatto dall’Istituto San Raffaele di Milano, ha dimostrato che abbinando il test effettuato con il radio tracciante ai nuovi test neuro-psicologici che valutano lo stato della memoria, "si può arrivare prima ad una diagnosi che sia più precisa", ha spiegato il Professore Claudio Mariani, direttore della Clinica Neurologica all’Ospedale Sacco Università di Milano.

Nel caso del Parkinson passi avanti sono attesi anche nella diagnosi precoce.

Per scoprire prima la malattia ci si muove su tre fronti spiega Paolo Barone, presidente dell’Associazione Italiana Disordini del Movimento e Malattia di Parkinson e Ordinario di Neurologia dell’Università degli studi di Salerno.

Il primo fronte è quello genetico che cerca di individuare le mutazioni che sono alla base dell’insorgenza del Parkinson.

Il secondo è quello che punta ad individuare, in fase sempre più precoce, segnali come la perdita dell’olfatto e i disturbi comportamentali della fase REM del sonno.

Il terzo fronte è quello dello studio e dell’analisi del trasportatore della dopamina, mettendo a punto un test diagnostico che consentirebbe di scovare dei marcatori che potrebbero segnalarci l’inizio della malattia.

Gli esperti riuniti a Roma fino al 17 Marzo punteranno quindi sullo studio e l’approfondimento dei sistemi di prevenzione ed anche nel disegnare una serie di semplici ma efficaci comportamenti da adottare per "tenere allenato il cervello", in modo tale che i danni dell’invecchiamento vengano rallentati.

Si tratta di semplici meccanismi quali l’esercizio fisico (per chi non può fare sport bastano lunghe e regolari camminate), quello mentale (dai quiz ai libri, tutto ciò che fa lavorare l’intelligenza), e una vita sociale attiva e un’alimentazione che tenga lontano colesterolo e diabete.

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