“I due saranno una sola carne” dice il Vangelo, proponendo un rapporto fusivo in cui si diventa uno (nell’immaginario cattolico poi l’uomo comanda e la donna segue - “non è bene che l’uomo sia solo” è scritto nella Bibbia). La fusione è un modello di coppia perseguito ancora da molti, anche se non necessariamente verbalizzato esplicitamente. Quante persone hanno l’idea di dover essere sempre in collegamento sia fisico che mentale, che la complicità sia un prerequisito anziché un miracolo che a volte accade.Certamente la fusione è endemica nella fase dell’innamoramento, in cui si vibra insieme e ci si trova sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, poi diminuisce “naturalmente” perché fusione e amore non sono sinonimi.
Stiamo descrivendo un mito soprattutto maschile (il ritorno al ventre materno)[1], comunque un desiderio regressivo di uomini e donne, l’aspirazione all’annullamento, la speranza di tornare ad essere accuditi da una grande madre dalle braccia ampie, che ci avvolga tutti. In realtà quando l’intimità diventa fusione l’eccesso di vicinanza impedisce il desiderio, si diventa cuccioli di una stessa cucciolata, fratelli siamesi di una famiglia in cui si deve obbedire a regole già scritte.
L’abbandono è a volte figlio della fusione, emerge dalla stessa ottica che vede la fusione come necessaria e inevitabile. La simbiosi è un sintomo e noi psicologi consideriamo le famiglie invischiate - quelle in cui uno starnutisce e tutti si soffiano il naso - come famiglie in cui lo svincolo dei figli è molto difficile.
C’è un’alta possibilità che emergano dei sintomi e la difficoltà a svincolarsi rende quasi impossibile formare una coppia propria, individuata e con regole nuove. Solo la capacità di affrontare un reale distacco dalla famiglia d’origine e la capacità di considerarsi differenti uno dall’altro permettono di riconoscere e accettare la dimensione reale del partner.
L’intersoggettività si fonda su null’altro che sulla reciproca esistenza che non ha neppure limiti spazio temporali: i due restano distinti uno dall’altro in modo da consentirsi di esprimersi in tutta la chiarezza di sensazioni, affetti e pensieri.
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Credere che l’amore salvi la vita
Credere che l'amore sia "per sempre"
Credere che amore sia esclusivamente passione
Credere che l’amore si automantenga indelebilmente
Credere che ogni amore debba finire ineluttabilmente
Credere che esista una sola forma di rapporto, quello monogamico
Credere che l’abbandono subito sia una tragedia e uno smacco personale
Credere che le relazioni debbono andare male per aver diritto ad andarsene
Credere che sesso e amore coincidano
Credere che l’amore sia ordine, certezza e armonia
Avere in amore il mito della spontaneità
Avere il mito della spontaneità anche nel sesso
Credere che le donne dopo i cinquanta siano sentimentalmente da buttare via
Credere che se qualcosa va male nel rapporto è solo colpa dell’altro
[1] Il desiderio di assoluto potrebbe essere descritto come il tentativo dei maschi di partecipare al ciclo della natura (dove le donne trionfano attraverso la generatività), un tentativo di rientrare nel tutto cosmico come quando erano nel grembo della madre, di percepire l’assoluto attraverso la fusionalità e la perfezione idealizzata. Il femminile materno tende infatti verso l’indifferenziato e immette in un territorio confuso, fusionale appunto, in cui non c’è differenza tra mio e non mio. Prendiamo le gelosie retrospettive, potremmo considerarle come il fastidio di dover fare i conti con l’assoluto, danneggiati da ciò che pre-esisteva. (Il mito della verginità, un tempo aveva un grosso significato filogenetico, ora resiste solo come tentativo di mantenere il controllo sulla femmina e proporsi come unici, preferiti e perfetti)







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