“Tuttavia, se, mediante un atto di padronanza di scrittura, riesco a dire questa morte, allora io comincio a vivere”ricorda RolandBarthes[1]. Annotare le proprie emozioni e gli accadimenti che sono significativi, scrivere spesso, con regolarità, ogni sera, alzandosi se non si riesce a dormire, tiene occupati e permette di evadere dall’emozione per raccogliere le idee e seguire la consecutio dei fatti, inoltre ci permette di centrarci.
Scrivere lettere che si deciderà in un secondo tempo se inviare o meno, scrivere un diario che raccolga le nostre emozioni e descriva l’andamento della disperazione.
Scrivere con l’urgenza di capire, scrivere per uccidere il dolore, per sospendere l’abbandono (scrivendo si resta coll’altro, si parla con lui/lei), per ricreare il mondo insieme. “Lo scrivere - sostien Harrif Kureishi[2] - la scrittura non è tanto un riflesso dell’esperienza quanto un suo sostituto, un ‘invece’ piuttosto che un rivivere le cose, una specie di sogno ad occhi aperti. La relazione tra una vita e il suo racconto è impossibile da sbrogliare.”
e-mail non inviata: Sono qui che scrivo per attesa, per curiosità, per disappunto ma pure per ossessione. Ho scoperto che fare una cronistoria dei giorni passati è uno strumento per spiegare a me quello che sento, per chiarirmi. Lo scrivere diventa per me l’elaborazione di un lutto, uno strumento, un tentativo di reagire alla mancanza e all’esclusione per percepire presente chi non c’è.
Già un mese senza te. Mi sento quasi ridicola a scrivere ancora, comunque non invierò questo messaggio.
DIARIO: Come faccio ora? L’ultima volta che l’ho visto è stato un mese fa, siamo andati a letto insieme sei volte in tutto, poi solo sms e telefonate, a volte striminzite. Come faccio a vivere senza di lui? Mi sento persa, lo penso costantemente e soprattutto non riesco neppure a varcare la porta di casa.
Prigioniera di me stessa. Potrei pensare che i miei amici non lo stimavano, che non mi divertivo tanto con lui, che ha poca energia e pochi progetti per il futuro. Potrei pensare che ha la fama dell’accollo e che le sue ragazze sono state tutte superficiali.
Eppure mi sembra di volere solo lui. Potrei pensare che anche il nostro sesso non era soddisfacente, entrava, godeva e si addormentava. Perché invece di uscire e brindare voglio lui e penso a lui? Perché mi ha lasciato? Perché mi sono sentita trattata male? Ma poi, mi ha veramente trattata male o piuttosto non mi ha filato?
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Sfoglia La posta del cuore, ha cura di Umberta Telfener
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[2] Harrif Kureishi, 2004, Il mio orecchio sul suo cuore, Bompiani







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