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Amore e abbandono, rimedi: ritualizzare la fine



Amore e abbandono. Ritualizzare la fine

I riti servono a segnare le fasi di passaggio, i cambiamenti nello spazio e nel tempo. Sono riti i battesimi, i matrimoni, i funerali, ma anche le comunioni, le feste, le occasioni speciali che facciamo accadere per sottolineare un evento significativo. Nella nostra società non ci sono riti per la fine di un amore ed è un peccato che questo evento sia vissuto solamente nella sfera privata.

Conosco persone che hanno organizzato una festa quando hanno smesso di soffrire per un amore, per segnalare che si era finalmente voltata pagina, cosi alcuni hanno festeggiato il loro divorzio o il cambio di casa.

Nella nostra società è la continuità che viene valorizzata tanto che fino agli anni cinquanta-sessanta le crisi rispetto alla continuità venivano permesse solo in momenti rituali[1]. I tuareg, società matrilineare dai costumi sessuali molto liberi e con una dominanza delle regole poste dalle donne, fanno una vera e propria festa della separazione cui partecipa anche il marito che ha ripudiato la moglie.

A questa ne segue un’altra, tre mesi dopo, in cui la donna suggellerà la separazione scegliendo un nuovo compagno tra i pretendenti presenti.

Noi invece ci immaginiamo lunghi periodi da soli e questa solitudine non scelta viene a sua volta ritualizzata dal marketing sociale attraverso l’organizzazione di eventi specifici per single (viaggi, crociere, feste, celebrazioni, luoghi di incontro…)


Ho viaggiato a lungo per studiare gli shamani all’opera nei loro rituali di cura (Buriazia - Russia, Perù, Senegal, Nord America) e ho trovato molto rassicurante la lettura collettiva che veniva offerta ad una separazione in una coppia: l’interpretazione propone l’intervento di un gin, uno degli spiriti del luogo, offeso per una mancanza di rispetto nei suoi confronti da parte dei diretti interessati o di qualcuno del clan.

Si tratta di una spiegazione di ordine sociale per far fronte alla trasgressione rispetto alla ineluttabilità dello stare insieme. Di fronte alla spiegazione causale offerta dallo shamano si possono offrire doni al gin, organizzare rituali di scuse o di ringraziamento, accendere fuochi e chiamare l’aquila, la protettrice dei cieli e della terra, oppure bere tutti insieme vodka e pregare.

Sono rituali privati le chiacchierate con gli amici, le conversazioni fiume con un interlocutore privilegiato, sono rituali privati i racconti che si fanno, l’esplicitazione chiara del dolore, la possibilità che ci si da di mostrare la sofferenza. E’ una forma di rituale molto doloroso il ricorrere a tribunali ed avvocati nelle separazioni contestate (ancora più doloroso se ci sono i figli di mezzo).

Trovare dei rituali pubblici potrebbe significare spostare l’attenzione dalla fine-negazione dell’amore ad una nuova fase di vita, fase di crescita emotiva e sessuale[2]. A questo proposito non possiamo non citare Sophie Calle[3] artista parigina che nel 2007 partecipa alla Biennale con un progetto corale sulla fine dell’amore.

L’idea è interessante e stimola la ritualità: avendo ricevuto una e-mail di rottura alla quale non ha saputo rispondere, ha deciso di darla ad un certo numero di donne perché la interpretassero in senso letterale e figurato alla luce della loro professione “Ho chiesto alle cantanti di cantarla, alle ballerine di farne una coreografia, alle attrici di metterla in scena….Il mio lavoro mi aiuta a elaborare il lutto. Non coltivo il gusto del dolore e il lavoro mi permette di abbreviare i periodi di infelicità….”


[1] Mi viene in mente il tarantismo di cui ci parlava De Martino, fenomeno del Sud d’Italia nei primi anni cinquanta, in cui la donna tarantolata per un giorno all’anno, attraverso urla, balli scatenati, convulsioni e gesti osceni si permetteva di uscire dal seminato e di comportarsi in maniera insolita, il rito permetteva di scatenarsi al suono della musica in una danza scomposta per poi ritornare alla ‘normalità’ in tempi storici in cui le donne dovevano subire la loro sorte e tacere il loro malessere Il rituale permetteva per un giorno di rendere pubblico il malessere ed il gruppo se ne faceva carico attraverso la partecipazione al rituale.

[2] Una buona notizia, le statistiche raccontano che ad ogni nuovo amore si è in grado di amare meglio sia sul piano emotivo che fisico!

[3] M.G.M. Sophie Calle, La mia arte è ironia, D di Repubblica, 9 dicembre 2006.

 
 

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