Uomini di dio è un film di Xavier Beauvois (2010), gran premio della giuria a Cannes, che racconta una piccola comunità di benedettini che convive sulle montagne in Algeria, aiutando la popolazione mussulmana, in una sinergia fatta di attenzione e rispetto reciproci. Si tratta di otto monaci che verremo a conoscere nelle loro differenze caratteriali, nelle idiosincrasie delle loro personalità e nella coralità del pregare, mangiare e lavorare insieme, nelle riunioni collegiali per decidere se rimanere o lasciare il campo quando nel territorio si comincia a sentire la pressione dell’integralismo.
Avendo rifiutato la protezione militare per salvaguardare la loro autonomia, verranno contattati con fare perentorio da un gruppo di ribelli che chiederà loro aiuto medico e farmaci. Sarà il 1996 quando verranno fatti prigionieri, probabilmente dallo stesso gruppo armato della Jihad islamica e il 30 maggio di quello stesso anno le loro teste verranno ritrovate (documenti recenti coinvolgono le forze armate algerine nell’esito finale del tragico sequestro).
L’aspetto psicologicamente a mio parere più interessante è l’uso del tempo, il suo svolgersi nel film: un qui e ora che permette allo spettatore di vivere la lentezza dello scorrere del presente, di dimenticarsi della fretta, di centrarsi. Siamo infatti chiamati a fare i conti con il tempo interno del dubbio e delle fasi della coscienza dei protagonisti, con il fluire interiore come corrente che attraversa il Sé e gli eventi, nel conforto delle azioni ripetitive quotidiane.
C’è poi il tempo come scansione ripetitiva di ritmi liturgici rituali; ma anche come struttura della possibilità: quale destino attende i monaci e come si va costruendo l’accettazione della morte in ciascuno (“Posso morire, sono un uomo libero”dirà uno di loro). Il tempo, sempre e comunque rappresentato nell’apprezzamento dei piccoli gesti quotidiani della vita.
Altro aspetto interessante è il processo decisorio sul restare o andarsene (“ci facciamo uccidere tranquillamente?”). Il tempo dell’incertezza li fa riflettere e definire sulla possibilità di andare incontro ad una morte probabile, rimanendo sul territorio e mandando così un messaggio forte alla popolazione. L’alternativa è quella di andare altrove e continuare la propria opera.
Come uccelli su un ramo non sanno se devono spiccare il volo o rimanere. “Gli uccelli siamo noi, voi siete il ramo” ridefinisce l’immagine una donna del luogo, convincendoli definitivamente dell’importanza che rivestono per la popolazione.
Da donna occidentale moderna (anche i monaci sono uomini “moderni” e si vede che hanno vissuto precedentemente al loro ritiro: “tu sei stato innamorato?”, “si, diverse volte, si”) mi ha infastidito questo sacrificio annunciato, l’attesa, la visione in qualche modo olistica dell’accettazione di questo presente, positivo o negativo che sia, annullato a favore del flusso ininterrotto che ricollega a Dio.
Un presente accidentale e contingente, seppur fondamentale, sul quale questi uomini decidono di non influire, accettando la sorte. Ma si tratta di sorte o di una tragedia annunciata? Quanto compiacimento c’è in questo atteggiamento? La mia simpatia è andata a quelli che si sono salvati, anche nascondendosi sotto il letto!





