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Somewhere, un film, tante emozioni e poca trama

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Somewhere di Sofia Coppola Somewhere di Sofia Coppola (2010) ha vinto Venezia e ha sollevato molte contestazioni, soprattutto in America. Personalmente ho molto apprezzato il film che, come già il precedente Lost in translation, parla dell’estraniamento, della vacuità, della ricerca di senso.

Questa volta ne parla in chiave biografica in quanto il film racconta la relazione tra un padre attore, libertino, annoiato e profondamente “solo” malgrado abbia tanta gente intorno e una figlia dodicenne, Cleo. Il padre abita al famoso albergo di Los Angeles Le Chateau Marmont proprio dove abitava il padre della regista, Francis, all’epoca in cui aveva una relazione con la baby sitter della figlia.

Un tema affrontato dall’interno, quindi, che si avvantaggia di questa conoscenza incarnata, vissuta “sulla pelle”, sia dell’ambiente cinematografico che della relazione padre-figlia con un uomo in fuga.

Il film, che avrei preferito si chiamasse elsewhere (somewhere è “da qualche parte”, elsewhere è “in altro luogo”), descrive appunto la difficoltà di trovare una motivazione che dia significato al vivere. Propone - attraverso un’emotività trattenuta, una tristezza mai espressa, una solitudine densa di vuoto - emozioni che traspaiono nei piccoli gesti quotidiani dei personaggi e attraverso sguardi di riprovazione e complici da parte della figlia, che non perde occasione per proporre di ballare insieme, fino a riuscire a costruire un dialogo fatto anche di reciprocità.

Altrove e annoiato è il padre, anche quando due gemelline sexy provano a coinvolgerlo eroticamente, oppure quando passa da un letto all’altro, da una festa all’altra. Altrove è anche quando arriva la figlia per il week end, quando tratta con distacco l’ex moglie e parla superficialmente dei programmi.

Quando però la figlia verrà lasciata da lui da una madre anch’essa in fuga questo “non esserci” deve diventare impegno, che lo costringe a vivere nel qui e ora di ogni singola giornata. La bravura della ragazzina a coinvolgerlo, con grazia e complicità, farà sì che tra i due si stabilisca un rapporto e che arrivino a ballare una danza leggera e condivisa, evitando comunque qualsiasi approfondimento.

E arriviamo anche ad amarlo questo estraniamento se lo confrontiamo con i personaggi che invece credono troppo alla vita, come il produttore italiano vestito da pappone o alcuni partecipanti alle feste, che si vogliono divertire ad ogni costo.

Come è più facile per questo narciso in fuga portarsi appresso una figlia adorante che non una compagna! Quanto riesce ad essere fiero di questa ragazzina che si atteggia a donna (una volta sola, per poco, farà la bimba, esprimendo la sua paura e il bisogno di venir considerata e vista dai genitori) ma che lo segue e lo ammira, dipende da lui e non ha lo status per criticarlo, se non con bonarietà.

Proprio questa relazione non paritaria però avrà il potere di mettere in crisi il protagonista che sembra voler cambiar vita. Finale aperto? La trama non è importante, non c’è quasi. E’ grande invece la gamma di emozioni che il film tocca, proprio attraverso la mancanza di eventi, i silenzi, le inquadrature prolungate, la dilatazione del tempo, l’attenzione ai particolari minimi che rendono l’atmosfera una continua domenica immobile.