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Il profeta, regia di Jacques Audiard

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Il profeta, regia di Jacques Audiard di Umberta Telfener

Il profeta
, regia di Jacques Audiard, Gran Premio della Giuria al 62esimo Festival di Cannes (2009), Candidato all'Oscar 2010 come miglior film straniero.

L’iniziazione alla vita di un ragazzo orfano di diciotto anni cui sono stati dati sei anni da scontare in carcere. Trasferito al reparto adulti deve trovare il suo posto in questa comunità assolutamente rigida, che scopriremo flessibile rispetto a regole che vengono dettate da chi all’interno tra i reclusi ha più potere; routinaria, scandita tra alleanze esplicite e tacite, gerarchie definite e ribadite che richiedono messe alla prova e bandiscono ogni tradimento, tra violenze e apprendimenti.

Malik Ed Djebena non sa leggere né scrivere ma è furbo e usa il cervello. Malgrado non conosca nessuno e non abbia nessuno neppure fuori, scalerà la gerarchia tra omicidi, regolamenti di conti, stabili alleanze e tanta sospettosità.

Il film è, secondo me, virtualmente diviso in due: una prima parte, molto dura e violenta, in cui Malik apprende le regole e comprende come anche i secondini siano collusi e pochi comandano tra i reclusi, divisi in bande etniche, che intervengono sulle regole del contesto. Una seconda parte in cui il ragazzo può uscire nel mondo per la giornata e inizia la sua scalata al potere, peraltro alquanto inverosimile, tanto da far credere che il film diventi un’allegoria.

Il ragazzo sgominerà i nemici, si alleerà con potenti criminali cui ha ucciso in carcere “gli amici”. Come mai diventa così invincibile? Malik ha tramutato la sua prima vittima, costretto in carcere ad uccidere, in un alleato fantasmatico, una sorta di angelo custode che gli appare e gli tiene compagnia, gli spiega come muoversi e lo protegge.

Si tratta di un delirio che probabilmente gli permette di scendere a patti con l’aver ucciso un uomo (i successivi sono facili da uccidere) che si era mostrato non totalmente negativo nei suoi confronti (è vero, lo aveva contattato per fare sesso, ma si era anche offerto di lasciargli i libri e lo aveva spinto a imparare a leggere e scrivere).

Un delirio adattativo, la costruzione di un protettore, di un amico immaginario che gli da forza, lo centra, lo rende più sicuro e quasi immune dal male. Attraverso questo interlocutore mentale Malik affina il suo intuito e acquisisce capacità di prevedere gli eventi. Più l’arabo è centrato, sicuro di sé, più appare forte, più gli altri sembrano riconoscere questo suo potere e rispettarlo. Quando mai in carcere si può giocare su più tavoli e farla franca? Quando mai in carcere un ragazzo arabo potrebbe allearsi col gruppo corso e allontanare i suoi confratelli? Quando mai un diciottenne verrebbe accettato come capo dagli altri reclusi, tutti più adulti di lui?

Cosa ci vuol dire questo film? Certo ci spiega la vita e la violenza nel carcere con molta precisione, ci racconta anche l’amicizia tra alcuni personaggi e la fatica del vivere. Forse vuole anche supporre che oltre alla realtà c’è una sfera di imponderabile e irrazionale che può aiutare a vivere. Non a caso il titolo, il profeta, sottolinea le qualità intrinseche del ragazzo, la sua capacità di partire da sé e rimanere “giusto” in un mondo che non siamo abituati a considerare, pieno di regole, di sfumature, di violenza e di energia.